sabato 9 maggio 2026

[Recensione] Poesie di Trilussa

 

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, è stato uno dei poeti più originali e profondi della letteratura italiana. Nato a Roma, non ebbe grandi risultati scolastici, tuttavia mostrò grande interesse verso la scrittura locale dedicando tutta la sua vita alla poesia, ma in mondo completamente innovativo: ebbe, infatti, la bravura di fondere nei suoi versi satira, umorismo e temi di attualità in un filo conduttore che lo rese unico nel suo genere, la scrittura in romanesco. Trilussa è stato un geniale artigiano della parola, un intellettuale mondano, benché venisse spesso oscurato da altri scrittori più noti, come Gabriele D’Annunzio.

Dedicandosi a varie forme, soprattutto tra il sonetto e la canzone, Trilussa ci ha consegnato un affresco della società del suo tempo (a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento) in modo chiaro e riconoscibile.

Questi volumi raccolgono le sue poesie più belle, molte a scopo edonistico, altre anche per suscitare una riflessione dietro alla risata. Inoltre, una delle caratteristiche più sorprendenti di Trilussa è il fatto che le sue non sono semplici poesie, ma sono delle vere e proprie storie che vedono prendere vita svariati personaggi, che siano persone del popolo, nobili, politici perfino animali e piante e, ognuno di loro discute in un inconfondibile dialetto romanesco le problematiche del tempo con un’ironia scaltra e sottile e, a volte, con fare allusivo.

In questi libri le poesie di Trilussa sono divise in varie sezioni, in cui si parla d’amore, politica, personaggi storici, della corte reale, del Vaticano, di strane abitudini di cittadini altolocati (in una poesia Trilussa parodizza con il racconto su una seduta spiritica) in situazioni spesso paradossali, che si concludono con una battuta a effetto finale, detta fulmen in clausula.


Una di queste è, per esempio, Er leone riconoscente, che racconta di un’improbabile amicizia tra un soldato in Africa e un leone, che decide di premiare l’umano per avergli tolto un ago da una delle sue zampe:

Ner deserto dell' Africa, un Leone

che j' era entrato un ago drento ar piede,

chiamò un Tenente pe' l' operazzione.

- Bravo! - je disse doppo - Io t' aringrazzio:

vedrai che te sarò riconoscente

d' avemme libberato da 'sto strazio;

qual'è er pensiere tuo? d' esse promosso?

Embè, s' io posso te darò 'na mano... -

E in quela notte istessa

mantenne la promessa

più mejo d' un cristiano;

ritornò dar Tenente e disse: - Amico,

la promozzione è certa, e te lo dico

perchè me so magnato er Capitano

La battuta finale non può che strapparci una risata (e anche un po’ di tristezza per il povero Capitano…).

Spesso gli animali diventano per Trilussa un modo velato per rappresentare delle situazioni di politica. Per esempio, il leone diviene spesso un re che invita a un congresso tutti gli animali della giungla eccetto alcuni verso i quali non c’è molta simpatia (di solito è il maiale). Oppure vi è un’altra lirica in cui viene riprodotto un dialogo tra un’aquila e un uomo, in cui il volatile invita il suo interlocutore a riflettere su quanto gli uomini siano piccoli se visti dall’alto.

― L'ommini so' le bestie più ambizziose,

― disse l'Aquila all'Omo ― e tu lo sai;

ma vièttene per aria e poi vedrai

come s'impiccolischeno le cose.

 

Le ville, li palazzi, e li castelli

da lassù sai che so? So' giocarelli.

L'ommini stessi, o principi o scopini,

da lassù sai che so'? Tanti puntini!

 

Da quel'artezza nun distingui mica

er pezzo grosso che se dà importanza:

puro un Sovrano, visto in lontananza,

diventa ciuco come una formica.

 

Vedi quela gran folla aridunata

davanti a quer tribbuno che se sfiata?

È un comizzio, lo so, ma da lontano

so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.

Ognuno dei personaggi, con inconfondibile sarcasmo, tratteggia vari aspetti della società e dell’uomo, talvolta cercando di dare un insegnamento di tipo morale, fatto che avvicina Trilussa al genere della satira.

Credo a tutti gli effetti che Trilussa sia un poeta da riscoprire, da leggere e (perché no?) anche da inserire nei programmi di scuola.

Dietro l’uso sistematico della poesia in romanesco, si nascondeva un vero e proprio genio.

Recensione a cura di Serena.



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