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mercoledì 5 agosto 2026

[Recensione] "Odissea" di Christopher Nolan (2026)

 

Sabato scorso, sono andata finalmente al cinema a vedere l’Odissea di Christopher Nolan, un film intenso, affascinante, avvincente, epico proprio come il poema omerico da cui è tratto.

Il film inizia con una scena estremamente evocativa: un aedo (interpretato da Travis Scott) racconta una storia che ha per protagonista una guerra, un uomo, un pensiero, un inganno e una moglie (per dirlo con le sue esatte parole). Ha appena introdotto in poche parole i nuclei tematici dell’Odissea. La Guerra di Troia è ormai un lontano ricordo, tutti i capi dell’esercito greco sono tornati in patria, tra cui Agamennone (Benny Safdie) e Menelao (Jon Bernthal), che è riuscito a riportare a Sparta la moglie Elena (Lupita Nyong'o). A Itaca, da vent’anni, si attende il ritorno del suo sovrano Odisseo (Matt Damon). Ormai il palazzo reale è stato invaso dai proci, dei disgustosi pretendenti che, guidati dal perfido Antinoo (Robert Pattison), sperano di ottenere la mano della bella Penelope (Anne Hathaway), in attesa del ritorno dell’amato marito. Ogni notte si impegna a tessere e scucire la tela destinata al sudario del suocero, con lo scopo di impedire un matrimonio affrettato. Accanto a lei ci sono Argo, il fidato e anziano cane di Odisseo, il capraio Eumeo e Telemaco (Tom Holland), il figlio che il re ha lasciato quando era molto piccolo per andare a combattere a Troia. Questi, a sua volta, ha deciso di andare per mare per avere notizie da suo padre, dirigendosi da Menelao.

Nel frattempo Odisseo si trova a Ogigia, dove la ninfa Calipso (Charlize Theron) lo tiene in ostaggio, e iniziano a riaffiorare delle immagini dal passato nella sua mente: ricorda di aver contribuito alla vittoria greca della guerra di Troia, distrutta in fiamme, con il trucco del maestoso cavallo di legno (ideato con il defunto Sinone, interpretato nel film da Elliot Page) e di essersi imbarcato in un viaggio di ritorno verso Itaca, ostacolato da numerosi scontri spesso armati. È omesso il periodo passato sull’isola dei Feaci, infatti non appare Nausicaa.

Nel film mancano alcune parti del poema, probabilmente per motivi di durata, ma in questa recensione voglio concentrarmi su ciò che c’è. Il primo punto che salta all’occhio è sicuramente l’interpretazione superlativa di Matt Damon: fin dal racconto dell’aedo, viene messo al centro l’uomo; nel proemio greco, infatti, la prima parola è proprio νδρα, che vuol dire uomo. Odisseo (Ulisse nella versione italiana) è, infatti, un eroe astuto, dotato di intelletto e scaltrezza nel combattere (molte scene di battaglia, infatti, sono sulle sue spalle), ma si mostra anche nella sua fragilità umana, ormai distrutto e stanco di mettere la sua intelligenza al servizio di una guerra che è andata avanti per dieci anni, desideroso più che mai di tornare a casa e riabbracciare l’amata moglie e il figlio che del padre non ha alcun ricordo.

A tal proposito, desidero esprimere un parere proprio su questi personaggi. Penelope è interpretata da Anne Hathaway, che è riuscita a dipingere la regina di Itaca come una donna di grande forza interiore. La sua interpretazione mette insieme speranza, resilienza e spirito materno nei confronti del giovane Telemaco. Riesce a fondere perfettamente le sue tre anime: quella di regina, impegnata a regnare con equilibrio su un trono vacante nell’attesa del ritorno dei suo sovrano; quella di donna, determinata a non cedere la mano ad altri pretendenti, preservando così la sua dignità, caparbietà e fedeltà; e quella di madre, che continua a essere un punto di riferimento per il figlio. Una magistrale interpretazione di Penelope nel modo più naturale possibile. Altrettanto struggente è l’interpretazione di Calipso (Charlize Theron), non solo una ninfa innamorata di uno straniero, ma anche una donna che capisce di dover lasciare andare un uomo che non le appartiene.

Nel film sono presenti anche dei piccoli sipari tra la madre e il figlio, in cui Penelope racconta a Telemaco di suo padre, dimostrando di saperlo riconoscere in ogni dettaglio, soprattutto dal modo in cui era solito scoccare la freccia dal suo arco. Proprio questo, è il particolare più significativo del film, nella scena del riconoscimento finale.

Anche Tom Holland ha dato un’interpretazione di Telemaco che mi è piaciuta molto. Non si tratta più dell’adolescente con lo sguardo un po’ disperso di Spiderman, ma di un giovane uomo che mostra curiosità, interesse e coraggio nella decisione di andare per mare alla ricerca del padre. A tal proposito, Nolan ha evidenziato la sua crescita interiore sia attraverso la capacità di relazionarsi con altri personaggi che attraverso la capacità di combattere, che lo accomuna al padre. A pensarci meglio, questo è un tema comune sia alla letteratura greca che a quella romana: la maturazione di un personaggio attraverso un iter qualsiasi, guidato dalla sua curiosità. All’inizio del film, Telemaco è un adolescente, alla fine un uomo pronto a succedere il padre sul trono di Itaca.

A ostacolarlo c’è Antinoo, un uomo perverso e senza scrupoli, determinato a prendere il trono e a mandare in esilio il giovane Telemaco. Antinoo è interpretato da Robert Pattison, anch’egli ormai lontano da Edward di Twilight, che lo ha rappresentato in tutta la sua crudeltà, rendendolo un antagonista con l’iniziale maiuscola. Di Antinoo sono accentuati il suo essere viscido, bugiardo e, soprattutto codardo durante lo scontro finale di Odisseo contro i Proci. È lui che dà i comandi, ma lascia che siano gli altri a morire prima di lui.

Mi è piaciuta molto anche Samantha Morton nei panni di Circe: è riuscita a conferire alla maga l’immagine di una donna più umana, verace, che ha dovuto imparare nel tempo a sopravvivere con l’arte dei suoi incantesimi. Una donna che nei primi istanti può sembrare inquietante, ma finisce per rivelarsi agli occhi di Odisseo nella sua sensibilità e fragilità. Ciononostante, è omessa la relazione tra i due.

Nel film non sono presenti le divinità, eccetto una: Atena, interpretata da Zendaya, che però continua a mantenere un ruolo abbastanza marginale che la fa apparire come un monito di coscienza interiore, piuttosto che come una guida per l’eroe greco. Lo stesso discorso si può riferire a Sinone, mi sarebbe piaciuto fosse stato più partecipe, invece la sua uscita di scena mi è sembrata un po’ frettolosa.

Inoltre, mi piacerebbe spendere alcune parole anche sull’uso del CGI (ovvero sull’uso della correzione al computer). Nolan ha sempre specificato di voler limitarne l’utilizzo per rendere alcune scene più realistiche possibile: e ciò gli è riuscito davvero benissimo. Scene come lo scontro con Polifemo, la trasformazione degli uomini di Odisseo in maiali, la battaglia con Scilla e Cariddi e quella contro i Lestrigoni sono davvero impressionanti e assorbono perfettamente il pubblico. Il film dura circa tre ore, ma è riuscito a tenermi incollata allo schermo, non c’è stato un minuto in cui la mia attenzione è mancata.

È molto suggestiva l’ambientazione: da siciliana, infatti, ho molto gradito il fatto che Nolan abbia scelto isole come Favignana o le Eolie per girare il film e rendere scene di navigazione e battaglia ancor più vere. E vi assicuro che vedere il film girato a pochi chilometri da casa fa anche un certo effetto.

Non mancano sipari di grande emotività: mi riferisco all’adozione di Argo e all’ultimo saluto a Odisseo, aspettato per vent’anni con le ultime forze rimaste, e soprattutto al ricongiungimento tra il protagonista e Penelope. Non posso negare che in quel momento mi è scappata qualche lacrima.

La sceneggiatura, inoltre, mi è sembrata molto fedele ai valori portanti della società greca arcaica, quali il vincolo dell’ospitalità e delle leggi di Zeus (come dare una sepoltura ai morti e i sacrifici in favore degli dei, l’accoglienza dello straniero e il rispetto verso chi ospita). Tali concetti, infatti, vengono spesso ribaditi per bocca del protagonista. Questo rende il film ancora più credibile e, soprattutto, lo rende un meraviglioso copione adattabile a Odisseo, eroe tragico, circondato dall’orchestra dei suoi compagni e del poema che porta il suo nome.

Recensione a cura di Serena



giovedì 4 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 4: Recensione di "Miracolo nella 34a strada"

 




Oggi vi consiglio un film divenuto un classico di Natale. Una fiaba a lieto fine che saprà mettere tutta la famiglia d’accordo di fronte la televisione. Sto parlando di Miracolo nella 34a strada (1994), già rifacimento di un film omonimo del 1947.

In questo film, protagonista è  Richard Attenborough, nei panni di Kris Kringle. Viene assunto dai magazzini Cole per vestire i panni di Babbo Natale e guidare una slitta trainata da renne, dopo che il precedente attore, Tony, viene scoperto ubriaco. A essere proprietaria dei magazzini è la signora Dorey Walker, che ha una figlia di nome Susan. Tutti i bambini iniziano a credere che il signor Kris sia il vero Babbo Natale, tranne Susan, la quale inizierà a crederci convinta da un amico di sua mamma, l’affascinante avvocato Bryan Bedford. Tra di loro nasce una sincera amicizia. Una sera, mentre Susan rimane a casa da sola con Kris a farle da babysitter, la bambina le confida cosa vorrebbe: una casa, un papà e un fratellino.

Proprio quando la bambina esprime il suo desiderio, Bryan e Dorey si innamorano. Nello stesso momento, tuttavia, il signor Tony tende una trappola a Kris, al fine di metterlo in cattiva luce di fronte al pubblico. Finge così un’aggressione facendolo finire in una critica psichiatrica. Ad aiutare Kris alias Babbo Natale sarà poi Bryan, che metterà in luce tutte le sue brillanti doti di avvocato.

Un andamento leggero e pieno di tenerezza sono le due qualità principali di questo film. Immaginate di sedervi sul divano con una cioccolata calda tra le mani e una copertina di lana sulle gambe. Accendete poi la TV e riunitevi con i vostri familiari. Questo film, con il suo sapore magico e autentico, sarà in grado di farvi dimenticare la realtà circostante.

Ogni cosa risulta come una coccola, a partire dal personaggio principale: il signor Kris Kringle è dotato di una simpatia contagiosa, della familiarità di un nonno. Un po’ l’amico di tutti. Il Babbo Natale che tutti avremmo voluto per portarci i regali. Il solo guardarlo è in grado di fare tornare bambini. A fare tenerezza è soprattutto il rapporto di Kris con tutti i piccoli che credono che lui davvero sia Babbo Natale: è una parte in cui tutti ci siamo immedesimati.

E credo che sia proprio questo il tratto distintivo di questo film: la capacità di sembrare vero al limite tra realtà e fantasia.

È uno di quei film di cui non ci si stanca mai e che si guarderebbero fino all’infinito, che mettono sempre di buon umore e che tengono incollati allo schermo.

Recensione a cura di Serena.


 


mercoledì 19 ottobre 2022

[Recensione] "Dante", il nuovo film di Pupi Avati

 


Dante, il nostro Sommo Poeta, che tramite i versi della Divina Commedia ha reso la nostra letteratura celebre in tutto il mondo, è qui raccontato da Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto), esattamente colui che definì la sua Opera Divina.

In questo film, ambientato nell’anno 1350 e quindi dopo trent’anni dalla  morte di Dante, vedremo tra i protagonisti principali proprio Boccaccio che, per scontare la pena d’esilio subita da Dante durante la Guerra tra Guelfi Bianchi e Neri, dovrà portare una somma di dieci fiorini d’oro a Ravenna da Suor Beatrice, unica figlia di Dante rimasta in vita. Inizia così per Giovanni un viaggio di sei giorni e sette notti durante il quale, scortato da Donato degli Albanzani (Enrico Lo Verso), comincia a ricordare la vita di Dante (Alessandro Sperduti, durante la giovane età) sin dall’infanzia fino alla sua morte. Durante questo viaggio retrospettivo nella vita del poeta, viene data molta importanza all’incontro con la bellissima Beatrice (Carlotta Gamba) e al suo saluto, che rimarranno tra i ricordi più lieti e importanti della vita di Dante. Beatrice, infatti sarà fonte d’ispirazione per la maggior parte della sua carriera letteraria.

Dante, però, non viene presentato solo come poeta, ma anche come un uomo dotato di sentimenti, carattere e strategia politica. Vengono raccontate le sue emozioni verso Beatrice, il suo dolore per la morte dell’amata e il matrimonio forzato con Gemma Donati, dalla quale riuscirà ad avere dei figli. Si parla anche delle sue posizioni contro i Guelfi Neri, dell’elezione alla carica di Priore e dell’incontro con il Papa Bonifacio VIII, che gli costerà l’esilio a vita.

Ho sentito dire che in molti hanno creduto questo film un po’ romanzato ma, al contrario, io l’ho trovato molto realistico soprattutto durante la guerra tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri; a me, personalmente, è piaciuto davvero molto. Essendo un’appassionata di Dante e della sua produzione letteraria, ho apprezzato questa sua visione non solo come poeta ma anche come uomo, perché ho avuto una conoscenza più completa della sua persona che avrei voluto avere già da più tempo.

Gli attori del cast e la regia sono una garanzia; già appena ho visto i loro nomi proiettati sul grande schermo ho capito che avrei visto un film memorabile. Gli attori, infatti, hanno fatto sì che potessi vivere appieno alcune scene e che potessi immedesimarmi nelle loro azioni. Ho conosciuto un lato inedito di Dante, interpretato da Alessandro Sperduti con una delicatezza unica e sola, e ho visto anche un Giovanni Boccaccio differente: Sergio Castellitto è riuscito a dargli una figura da amante dei versi di Dante, con la sua incredibile capacità di immedesimarsi nei personaggi rappresentati.

Ci sono state solo poche scene che avrei omesso, perché un po’ confuse o dal contenuto troppo forte per soggetti sensibili, ma a compensare il tutto c’è un finale molto commovente, che scoprirà una pagina inedita del Sommo Poeta.

⭐⭐⭐⭐.5