martedì 27 gennaio 2026

[Recensione] "Domani mattina: La memoria nelle parole dei lager nazisti" di Leonardo Zanchi

 


Ogni 27 gennaio si ricordano le vittime della Shoah nei campi di concentramento e, come ben sapete, vi propongo sempre una lettura per approfondire la storia per cui questa giornata è stata istituita.

Quest’anno vi parlerò di un libro diverso dai soliti, non si tratta di un’opera di narrativa, ma di un saggio che esplora la vita all’interno dei campi di concentramento attraverso le lingue e le parole dei deportati. Per questo motivo Leonardo Zanchi, dottorando presso l’Università per Stranieri di Siena, ha scritto “Domani mattina: La memoria nelle parole dei lager nazisti”. Il libro è una preziosissima testimonianza che deriva da uno studio molto approfondito e dal racconto del nonno dell’autore, Bonifacio Ravasio, deportato politico nel lager di Bunchenwald dove giunse il 3 agosto 1944 poco più che diciassettenne, come è scritto nei ringraziamenti.

Nel volume sono infatti riportate moltissime testimonianze di deportati sopravvissuti, con una particolare attenzione a Primo Leivi e al “Libro della Shoah italiana” di Marcello Pezzetti, un’opera che raccoglie più di cento testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento.

Il libro si divide in tre sezioni. La prima descrive l’incontro dei deportati nei lager tedeschi con la nuova lingua. Il primo incontro si rivela crudo, sia a livello interpersonale che linguistico: la freddezza dei soldati si riflette, infatti, anche nei loro modi di parlare. Ogni deportato non è considerato come una persona, ma come stück, ovvero come un oggetto, un pezzo. Questo è  quello che viene riportato in merito a una testimonianza di Primo Levi. È così che comincia un processo di deumanizzazione e omologazione brutale a cui seguono lo smistamento nelle baracche e la divisione del lavoro, la rasatura dei capelli, la distribuzione dei vestiti e il tatuaggio del numero.

Proprio quel numero sul braccio rappresenta, per i deportati, una nuova identità. Loro non hanno più un nome, ma sono diventati improvvisamente un numero, un Häftling. Per fare un esempio, secondo una testimonianza di Liliana Segre nel Libro della Shoah italiana, il suo numero sarebbe stato 75190.

A questo punto c’è un’altra regola fondamentale per sopravvivere nei lager: rispettare la gerarchia e le loro parole, quelle che feriscono più nel profondo (oggetto di studio della seconda parte del libro). Per questo motivo, Primo Levi scrive in “Se questo è un uomo” che i deportati si limitavano a rispondere jawohl per affermare di aver inteso gli ordini dei soldati, del loro Kapo. Quindi le giornate nei lager si susseguono tra lavori estenuanti, sofferenza  e morte, in una Babele dove dominano i soprusi e il terrore.

I lager pullulano di persone di nazionalità diverse e altrettanto diverse lingue vengono parlate (questo giustifica anche il fatto che venissero utilizzate parole di lingue differenti). Capitava che i deportati italiani si parlassero nei loro dialetti oppure che i sacerdoti deportati (poiché si erano apposti al regime fascista) utilizzassero il latino per comprendersi.

Nonostante il processo di deumanizzazione che prendeva avvio nei lager, ciò che i deportati non dimenticarono mai fu proprio la loro umanità e la loro provenienza, con la speranza di tornare a casa.

Il libro di Leonardo Zanchi mi ha permesso di compiere un vero e proprio viaggio articolato su vari livelli: un primo da un punto di vista linguistico, portandomi a conoscere le varie forme di linguaggio e comunicazione tra i deportati e il significato dietro le parole più significativo. Ogni parola riporta un’analisi talmente accurata che mi ha quasi concesso di immaginare l’orrore dei lager.

Non si tratta, però, solo di un libro di lingua. No, questo è molto di più. È anche un libro di storia, una testimonianza- come ho scritto prima- che, a sua volta, riporta molte altre testimonianze al fine di custodire la memoria di un terribile momento storico che necessita tutt’oggi di un’adeguata sensibilizzazione e che non dev’essere dimenticato.

Recensione a cura di Serena



domenica 18 gennaio 2026

[Recensione] "Il Segreto del Maresciallo" di Silvia Maira e Valerio Sericano.

"Il Segreto del Maresciallo" è un romanzo scritto a quattro mani da Silvia Maira e Valerio Sericano. 

Silvia Maira nasce come autrice del genere Romance con l’opera “Un Cuore a Metà”, Lettere Animate Editore anno 2015, filone nel quale nell’arco di un decennio ha prodotto tante pubblicazioni con svariate case editrici. L’ultimo nato è “Alla Scoperta di Te (Ballando al Buio)” PAV Edizioni, uscito in occasione della quindicesima edizione della fiera Una Marina di Libri nell’estate del 2024. L’autrice si è cimentata negli anni con altri generi letterari come il romanzo di ambientazione storica “ Una Promessa per Sempre”, Bertoni editore anno 2019, anche questo in quattro mani con Valerio Sericano. Nell’estate del 2024 ha esordito nella Saggistica con “Gli Anni D’oro della Dinastia Florio” in quattro mani con Serena Lo Pilato.

“Il Segreto del Maresciallo” è in tutti i sensi un viaggio affascinante, perché il racconto si svolge durante un meraviglioso viaggio in una terra piena di sole in cui il lettore viene accompagnato per scoprire i misteriosi segreti della vita della protagonista Camilla. I personaggi sono tratteggiati con dovizia di particolari, così come i paesaggi nei quali si svolgono gli avvenimenti e il lettore ha la sensazione di vedere sia i luoghi che i personaggi, addirittura si ha la sensazione di sentire l’odore delle pietanze che vengono cucinate.

Il genere del romanzo è a metà tra un giallo alla Camilleri e un romance alla Casati Modignani. Gli avvenimenti sorprendenti si dipanano pagina dopo pagina, stupendo e coinvolgendo il lettore sempre più. La tranquilla esistenza della giovane piemontese Camilla viene interrotta da una visita inaspettata, visita che la porterà a riflettere sulla sua vita e a partire per un viaggio affascinante e avventuroso alla ricerca delle proprie origini.

La vita vissuta fino a quel giorno, che sembrava completa e banale, si rivela solo una parte della realtà, mancano però passaggi fondamentali e sconosciuti fino ad allora, passaggi capaci di rimettere in discussione ogni certezza. 

Non diciamo oltre, solo che ci sono tutti gli ingredienti già presenti nella produzione dell’autrice e molto di più. Vanni, Fofò, Santina, personaggi protagonisti della storia sembra di vederseli veramente davanti. Ci si affeziona ai protagonisti e alle loro storie e quasi si vorrebbe che il romanzo non avesse fine… chissà…

Silvia Maira ha arricchito la sua produzione con questo gioiellino, ampliando il proprio genere letterario, vi invitiamo a leggerlo e a lasciarvi affascinare e stupire in attesa della prossima pubblicazione.



domenica 4 gennaio 2026

[Recensione] "L'ultimo segreto" di Dan Brown

 


"-Il punto è che a nessuno piace il cambiamento- aveva ripreso lei:-E quei tediosi degli accademici tendono a rimanere nella comfort zone delle loro convinzioni anche molto dopo che i loro modelli si sono rivelati, senza ombra di dubbio, obsoleti. Per questo stabilire un nuovo paradigma scientifico, come quello della coscienza umana, è un processo tanto lento e frustrante.-"

“L’ultimo segreto” è l’ultimo romanzo di Dan Brown. È un thriller che mi ha tenuto molta compagnia negli ultimi mesi e che ho voluto leggere con calma, proprio per godermelo fino all’ultima pagina.

La città che fa da sfondo a questo romanzo è Praga nella sua veste invernale, che la fa sembrare tanto affascinante quanto velata di mistero. Il protagonista della vicenda è nuovamente il professor Robert Langdon, questa volta accompagnato dalla compagna Katherine Solomon, con la quale di trova nella capitale boema per una conferenza presso l’università di Praga della sua donna, docente di neuroscienze ed esperta di noetica, la quale si trova a parlare di una visione rivoluzionaria di coscienza, secondo cui questa non si troverebbe nella nostra testa, ma fuori da essa e funzionerebbe come una sorta di ricevitore per ricevere gli impulsi.

A tal proposito è prossimo alla pubblicazione il manoscritto della stessa Solomon per la casa editrice Penguin Random, diretta da Jonas Faukman, la stessa per cui ha già scritto anche Langdon. La sera della conferenza, Katherine viene avvicinata dalla famosa scienziata Brigita Gessner, la quale la invita al suo laboratorio con una copia del manoscritto per discutere di alcuni argomenti trattati.

Dal giorno successivo in poi, si verifica una concatenazione di eventi inquietanti che coinvolgono direttamente i due protagonisti: Brigita viene assassinata da un personaggio terrificante che si chiama Golem, Katherine sparisce e con lei anche il suo libro, all’albergo di Robert e Katherine per poco non viene inscenato un attacco terrorista, Jonas Faukman viene rapito e, dopo un veloce incontro con l’assistente di Brigita, Sasha Vesna, Langdon si ritrova a indagare inseguito dal’UZSI (la polizia della Repubblica Ceca) che lo crede colpevole di alcuni di tali eventi.

Tra mille e più peripezie prende forma un mistero in cui Robert dovrà imparare a muoversi per ritrovare Katherine e il suo manoscritto, nonostante si verifichino degli avvenimenti che vanno oltre le aspettative, tra complotti internazionali e faccende diplomatiche.

Il nuovo romanzo di Dan Brown è davvero un gioiello, un Capolavoro dall’iniziale maiuscola. A essere sincera, a differenza di altri che mi avevano presa fin da subito, per questo libro mi ci è voluto un po’ di tempo per apprezzarlo.

La vicenda, infatti, non trova al centro del suo nodo narrativo un oggetto d’arte, un quadro d’autore (come nel Codice Da Vinci) o un dibattito portato avanti per secoli, su motivi scientifici e religiosi (presente invece in Angeli e Demoni). In queste pagine, si parla della ricerca della coscienza, un argomento di carattere psicologico che sconfina nella filosofia. È infatti un libro da leggere lentamente e con attenzione, perché qualsiasi piccolo dettaglio, che potrebbe sembrare apparentemente insignificante, risulterà rilevante.

È molto importante, a tal proposito, seguire l’andamento della storia per individuare tutti i personaggi, che sono tanti e molto diversi fra loro. Nonostante in un primo momento mi sia venuto un po’ difficile memorizzarli tutti, alla fine sono riuscita ad avere un quadro ben chiaro di tutti.

Ancora una volta, l’autore ha dato prova di tutta la sua bravura nel costruire un thriller, coerente, pieno di suspance e ricco di colpi di scena che hanno reso la trama avvincente e per nulla scontata, come ogni romanzo di Dan Brown.

Il libro propone infine una riflessione sui temi della psichiatria, delle tecniche di sperimentazione laboratoriale su pazienti e sull’accanimento terapeutico. La tematica viene portata a livelli internazionali, che sconfinano in intrecci diplomatici e in lotte di potere. Nonostante questo, lo spunto di riflessione offerto dal libro è molto potente e viene offerto da uno dei suoi personaggi più importanti, se non quello più centrale della vicenda: Sasha, l’ex assistente di Brigita. Sasha è vittima di soprusi, ricatti, esperimenti e vicende che la vedranno agire in tantissimi modi diversi, al fine di farsi del bene, ma che finirà anche per fare del male. Tutto questo, a quale prezzo?

Recensione a cura di Serena.



martedì 30 dicembre 2025

[Recensione] "L' italiana in bicicletta" di Pina Maria Rinaldi

 


Protagonista indiscussa di questo romanzo storico e di formazione è Serafina, donna forte e determinata.

Originaria di Bari, il 14 aprile del 1906 lascia la sua adorata terra per raggiungere il padre, unico genitore rimastale, che si è stabilito in Cile, a Valparaiso. Lasciare Bari è per la ragazza uno strappo perché vuol dire non solo abbandonare un lavoro che ama, disegnare abiti e cucire nella sartoria dello zio Luigi, ma soprattutto significa allontanarsi dal ricordo della madre Marisa, morta anni prima, da cui ha ereditato il carattere forte e volitivo e la passione per la bicicletta, nonostante la madre avesse perso la vita proprio in un incidente in bici.

E la bicicletta è anche il simbolo del desiderio di libertà in un’epoca in cui l’autonomia della donna è molto limitata.

Serafina parte a bordo di una nave NGI, il transatlantico Regina Margherita, un lungo viaggio durante il quale conoscerà tante storie e tante realtà, prima fra tutte quella degli altri immigrati, la forza di chi lascia tutto sperando in un futuro migliore e, di contra, la paura di chi non sa cosa ci sarà ad attenderli nel Nuovo Mondo.

A Valparaiso, Serafina ritrova suo padre, ma la vita non è come se l’aspetta. Serafina cresce, cambia e impara a convivere con la nostalgia e il dolore. Vivrà momenti drammatici, perderà altre persone care che incontra nel suo cammino. Nuove amicizie e forse nuovi amori.

Quello di Serafina è un personaggio ben tratteggiato attraverso il quale conosciamo l’Italia del primo novecento, l’emigrazione, la vita degli emigrati nel Nuovo Mondo.

Sebbene alcuni passaggi possano risultare più lenti, per via della forte nostalgia della protagonista,  descrizioni vivide e una perfetta combinazione tra momenti drammatici e altri di delicatezza, rendono questo romanzo una lettura molto gradevole e da consigliare.

Recensione a cura di Silvia

⭐⭐⭐⭐


mercoledì 24 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 24: Silent Night

 

Eccoci giunti alla vigilia di natale, la notte più magica dell’anno. In questa occasione ho deciso di approfondire con voi uno dei canti più armoniosi e dolci di sempre.

Silent Night (in origine Stille Nacht), conosciuta in Italia come Astro del Ciel, ha origini antichissime. Secondo le fonti storiche fu infatti composta da un giovane sacerdote di Salisburgo, Josef Franz Mohr, e musicata da Franz Xaver Gruber, organista nella parrocchia di Oberndorf. La loro idea era quella di creare un canto che coniugasse un messaggio religioso (la nascita del bambinello Gesù) a una melodia semplice e che infondesse tranquillità. Fu eseguita per la prima volta proprio nella notte del 24 dicembre 1818.

Fu grazie all’organista Karl Mauracher e a un suo contatto con Gruber che il canto fece il giro dell’Europa: infatti lo eseguì in primis nel Tirolo, dove fu molto apprezzato e intonato dagli abitanti del luogo. Nel 1831 l’organista Franz Alscher, dopo aver sentito i figli di un commerciante tirolese cantarla, decise di farli esibire nella cappella cattolica di Pleissenburg: il loro successo fu così grande che abbandonarono il commercio per dedicarsi solo alla musica, diffondendo poi quel canto natalizio anche a Dresda, Berlino, Königsberg e altrove.

A portarla successivamente oltreoceano fu il gruppo musicale di Ludwig Reiner, che si esibì tra il 1839 e il 1842 a Philadelphia, New York e Boston.

martedì 23 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 23: Recensione di "Una poltrona per due" (1983) di John Landis

 



C’è una commedia di natale che ogni anno non posso far a meno di guardare, sto parlando di Una poltrona per due (1983), diretto da John Landis con protagonisti Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis.

La vicenda si basa sostanzialmente su un imbarazzante scambio di persona tra un agente di entrate, il facoltoso Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), e uno straccione che si chiama Billy (Eddie Murphy). Il primo conduce una vita agiata, tra il suo lavoro e i divertimenti in una cerchia di amici altolocati, il secondo è invece un senzatetto che tenta di impietosite altri a mendicare.

I due si incontrano per la prima volta mentre che Louis esce dal suo ufficio scontrandosi con Billy. Questi, credendo di aver subito un’aggressione, inizia a urlare chiedendo aiuto alla polizia, che si precipita sul posto e arresta Louis. All'episodio assistono gli avari datori di lavoro di Louis, i fratelli Mortimer e Randolph Duke, che approfittano della situazione per fare una scommessa: intendono infatti scambiare le vide dei due ragazzi per capire quale sia davvero la fonte di successo per un uomo, se dipenda da un fatto genetico o dal suo impegno.

È così che Billy scopre di avere uno spiccato talento per la finanza e il management, mentre Louis cerca di riprendere il suo posto e riguadagnare la fiducia dei Duke.

Nel corso del film, Billy e Louis avranno modo di conoscersi e scoprire che dietro la scommessa vi era un corrotto funzionario del governo, Beeks. Starà al loro trovare un modo per rendere nuovamente giustizia a Louis e mettere in riga i fratelli Duke.

Il film è una commedia molto divertente, basata su un semplice equivoco che, per quanto possa sembrare piccolo e insignificante, in realtà costituisce il principale nodo intorno a cui ruota tutta la trama. Lo scambio di persona viene poi trattato in maniera così credibile: Billy prende degnamente il posto di Louis, fino ad appropriarsi completamente della sua vita.

Inoltre è esilarante il modo in cui questo avviene: sia Billy che Louis diventano infatti protagonisti di mille (improbabili) peripezie che li porteranno a scontrarsi e vivere una vita completamente diversa dalla loro.

È in questo modo che Billy passa dalle stalle alle stelle, mentre Louis dalle stelle alle stalle.

La trama è avvincente e ogni personaggio rimane impresso nella mente, nei modi di essere e agire. La commedia tiene incollati allo schermo, con impazienza di scoprire il finale e vedere come tutta la situazione troverà un momento di rinnovata stabilità.

lunedì 22 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 22: "White Christmas"



C’è una canzone di natale tanto amata quanto contrassegnata da una vena nostalgica, che infonde tranquillità con una melodia dolce ed evocativa, capace di dipingere nella mente l’immagine di un paesaggio innevato. Si tratta di White Christmas, meglio conosciuta in Italia, come Bianco Natale.

La canzone venne scritta nel 1940 da Irving Berlin, uno dei più grandi e stimati compositori americani di origini ebree. Berlin era nato in una famiglia ortodossa, tuttavia crebbe molto aperto anche in confronto ad altri culti religiosi: lo dimostra il fatto che avesse sposato una donna cattolica.

Pochi sanno però, che White Christmas nasconde anche un significato più triste e malinconico: Berlin infatti proprio il 25 dicembre 1928 aveva perduto il suo unico figlio, morto poco più di un mese dalla sua nascita. Da quel momento non festeggiò il Natale, talmente forte fu il dolore provato. Berlin  decise quindi di ricordare in questa canzone, promettendosi di vivere il Natale per come sarebbe venuto e di non soffrire più.

Bisognerà però attendere il 1941 per avere l’interpretazione più famosa da parte di Bing Crosby, pochi giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor. In pochissimo tempo White Christmas divenne subito una canzone simbolo per tutti i soldati americani che erano partiti per andare a combattere. Quella dolcissima melodia infatti rappresentava il loro bisogno fi famiglia, calore e casa, lo stesso bisogno in cui unì tutto il Paese.

Ancora oggi è una canzone che riscalda gli interni della casa al solo sentirla. E dalle sue origini, anche in grado di commuoverci.