venerdì 10 luglio 2026

[Recensione] "Il cuore non va a dormire" di Enrico Galiano

 

“-E una volta che hai visto, ma che hai visto davvero, non puoi più fare finta di niente. Non puoi più credere a quello che ti dicono. Fare quello che ti dicono di fare- E a quel punto ci guardò, uno per uno, negli occhi.- E dovete sbrigarvi, dovete aprirli quegli occhi, perché è un attimo che si finisce a vivere una vita che non è la vostra, ad andare solo dove vi dicono di andare, dritti dentro il fosso di una calma rassicurante, di un lavoro tranquillo, la casetta la macchina lo stipendio fisso, non rassegnatevi a stare chiusi in gabbia, che dentro di voi c’è una vita che vi chiede di uscire. Non lasciatela lì solo perché non avete voluto aprire gli occhi e vederla!”


Ognuno di noi ha una crepa dentro, qualcosa che considera un difetto, perché probabilmente non è bello da vedere. In quella crepa, però, può passare anche la luce e, se viene decorata in qualche modo, può diventare qualcosa di meraviglioso.

Questo è quello che ho pensato quando ho terminato la lettura del nuovo, struggente romanzo di Enrico Galiano, che si intitola “Il cuore non va a dormire”.

Il libro inizia con una premessa: affinché l’occhio umano recepisca chiaramente un’immagine ci vogliono ben tredici millisecondi. In questo brevissimo intervallo di tempo, che equivale al battito d’ali di un colibrì e al tempo in cui la luce riflessa arriva alla retina, si ha solo una percezione iniziale di quell’immagine, perché poi cambia tutto. Dopo molto tempo, infatti, non vi si guarda più come la prima volta.

È quello che accade alle protagoniste di questo libro. Da una parte abbiamo Sasha, sedici anni, amante della musica di Ennio Morricone, appassionata di pugilato e arte e affiancata solo dai suoi due amici Elly e Claude. Frequenta un Istituto tecnico e, in un normalissimo giorno di scuola, riceve la supplenza del professore di diritto Fabio Orlando, che spesso si diverte a parlare dei capolavori dell’arte con i suoi studenti. La particolarità delle sue lezioni, però, sta nel fatto che non si limita a descrivere i quadri oggetto delle lezioni, ma indaga con grande attenzione anche la storia dietro ognuno, parlando degli artisti e dei loro sentimenti. Sasha capisce di provare qualcosa per lui, ma sa anche che il suo è un desiderio irrealizzabile.

Dall’altra parte c’è Alessandra, quarantadue anni, che insieme al suo amico Lucio gestisce un’impresa per il recupero e restauro di opere d’arte. È sposata con Giorgio e ha una figlia a cui vuoi molto bene. Nella sua vita, però, c’è qualcosa che manca e lo capisce quando un giorno viene rinvenuto sul muro di una chiesa uno strano murales che raffigura la Creazione dell’uomo di Michelangelo, ma senza la mano di Dio e con una crepa al centro. Alessandra capisce subito chi è l’autore del quadro: si tratta di Moresco, un artista di strada la cui identità è sconosciuta e a proposito del quale ha scritto un saggio. Da quel giorno, Alessandra comincia a impegnarsi per colmare quel vuoto e, per farlo, si mette alla ricerca dell’uomo amato, ma a cui è stata costretta a rinunciare.

Vorrei sottolineare, infatti, che in una prima parte la narrazione prosegue a POV alternati, per poi diventare uno solo. A unire, infatti, le protagoniste è un nome, ed è proprio quello del misterioso Moresco.

Insieme a “Una vita non basta”, questo è il mio romanzo preferito di Galiano, che dà ulteriore prova della sua incredibile capacità nel parlare ai cuori dei lettori. Sembra quasi che sappia cosa dire a ognuno, ma le sue non sono solo parole di conforto: sono una lezione di vita, da portare sempre con sé e ripetersi nei momenti di debolezza.

Perché è soprattutto di questo che si parla nel libro, delle proprie debolezze, che vengono paragonate a crepe. Spesso ci capita di pensare alle nostre debolezze come dei difetti da nascondere. Al contrario, il libro tramite le due protagoniste, ci invita a vederle diversamente. È frequente, infatti, l’affermazione secondo cui dentro ogni crepa passa sempre un raggio di luce, vale a dire che ognuno di noi può fare delle crepe qualcosa di bello. È anche la lezione di Moresco, che ha fatto delle crepe sui muri il suo tratto distintivo, attorno alle quali crea dipinti bellissimi e riconoscibili.

E se ci accorgiamo che una crepa può diventare un capolavoro d’arte è perché c’è ancora una fiammella che illumina la nostra speranza, che ci invita a credere in noi stessi e nei desideri che, per qualche motivo, credevamo ormai lontani o non realizzabili. Se ci accorgiamo che questi desideri possono rivivere è perché c’è una parte di noi che ancora ci crede ed è perché il cuore non va a dormire.

Recensione a cura di Serena



mercoledì 1 luglio 2026

[Recensione] "Noa: L'eco di un amore selvaggio" di Alice Buzzella


I tratti distintivi della penna di Alice Buzzella sono tutti presenti in “Noa”, delicato retelling della favola di Pocahontas.

L’eleganza nella scrittura, lo stile pacato e ricercato, la capacità descrittiva e l’abilità disegnare i sentimenti dei personaggi emergono tra le righe di questa novella nella quale Noa ricorda molto la bella Pocahontas, legata alla sua terra, quella riserva alpina dove vive da sempre e della quale conosce tutto: la fauna e la flora, i silenzi e i rumori. Noa ama molto la sua terra, la rispetta e trasmette la sua passione quando guida i turisti alla scoperta di quei paesaggi meravigliosi, in cui l’uomo vive in simbiosi con la natura ma soprattutto in armonia. Eppure un giorno anche lì, tra la pace di quelle valli, arriverà chi, incurante di tanta bellezza, intende violare quell’equilibrio così delicato per raggiungere un proprio beneficio economico.

L’Autrice è stata molto abile a far emergere l’animo di Noa, quello di una donna sensibile, dotata però di una forza e di una determinazione fuori dal comune, capace di lottare per ciò in cui crede e di non cedere a compromessi. E, come Pocahontas, incontrerà qualcuno che dovrà decidere da che parte stare, se essere un imprenditore senza scrupoli oppure più semplicemente un uomo che si arrende di fronte all’amore, non solo di quel paradiso incontaminato.

Recensione a cura di Silvia



venerdì 26 giugno 2026

[Recensione] "Il Giappone delle donne" di Ornella Civardi, con le illustazioni di Ayano Otani e Kaori Yamaguchi

 

“Il Giappone delle donne” è molto più di un libro, è un viaggio attraverso l’arcipelago nipponico visto da un punto di vista affascinante, inedito e originale: quello delle donne.

L’autrice Ornella Civardi, laureata all’università Ca’ Foscari di Venezia in Lingue e Letterature Orientali con una tesi in Letteratura Giapponese, racconta nella prefazione che il Giappone, prima di essere dominato dalla cultura fortemente patriarcale dei Samurai, era caratterizzato da una società matriarcale. Partendo, infatti, dal II secolo ne racconta la storia attraverso sessanta biografie di donne tra imperatrici, combattenti, geisha, sciamane, teatranti, poetesse e cortigiane fino ad arrivare al XXI secolo con fumettiste bestseller (tra cui Riyoko Ikeda e Rumiko Takahashi), attrici, artiste, stelle del J-pop e perfino cosplayer.

Il libro esplora attraverso le loro biografie i volti di un Paese affascinante e poliedrico come il Giappone. Attenzione, però: questo volume non si limita a riportarne notizie storiche, ma rivela le personalità delle donne trattate mediante aneddoti e  curiosità.

Le biografie delle donne più antiche, in particolare, raccontano storie sospese tra realtà e leggenda, tra cui Jingu, regina sciamana che avrebbe portato avanti una campagna verso la conquista della Corea nonostante fosse in attesa di un bambino e che questi sarebbe nato dopo tre anni di gestazione per consentirle di terminare la spedizione militare; Tomoe Gozen, validissima samurai, che avrebbe guidato un esercito di seimila cavalieri del clan dei Taira (nemico storico dei Minamoto) nella seconda metà del XII secolo; Akai Teruko, vissuta nel XVI secolo, generalessa veterana che avrebbe affiancato, ormai nonna, il nipote nella presa della roccaforte di Odawara; Izumo no Okuni, fondatrice del Kabuki; Kaga no Chiro, pioniera dello haiku. E potremmo citare moltissime altre donne di grande carattere e coraggio.

Inoltre, tra queste donne, ci sono anche moltissime attiviste come Toshiko Kishida che si batté per l’entrata delle donne in politica, Fusae Ichiwara e Raicho Kirastuka, prime suffragette giapponesi che si impegnarono nel diritto di voto alle donne.

Spiccano anche artiste e personalità del mondo dello spettacolo come Setsuko Hara, l’attrice prediletta dal regista Yasujiro Ozu, amata e apprezzata per la profondità dei suoi ruoli, benché non spiccasse per bellezza; Yoko Ono, pioniera dell’arte concettuale e musa di John Lennon, e le precedentemente citate fumettiste Riyoko Ikeda e Rumiko Takahashi, che grazie ai loro manga  “Le rode di Versailles” e “Ranma 1/2” hanno portato lo shojo (il fumetto per ragazzine) in tutto il mondo.

Molte di queste donne sono anche principesse moderne, potremmo citare infatti Michiko, giocatrice di tennis che divenne imperatrice e moglie di Akihito. Nel 2019 ha lasciato il trono al figlio Haruito, attuale sovrano affiancato dalla moglie Masako Owada, altra principessa bella e triste, che ha rinunciato alla carriera diplomatica per il matrimonio reale.

Ammetto di essere stata sempre affascinata dal Giappone, in particolare dalla letteratura e dai manga, ma di non aver approfondito la sua storia nel dettaglio. Con questa lettura ho conosciuto una cultura diametralmente opposta a quella Occidentale, in cui le donne hanno avuto per molto tempo un ruolo di primo piano. Ognuna di loro ha lasciato un segno profondo, chi ha preso le armi, chi carta e penna, chi le redini del Paese. Ognuna a modo proprio ma in modo del tutto significativo.

Oltre che da leggere, questo libro è anche da guardare attentamente, per la presenza di bellissime stampe di Hokusai, suoi allievi e altri pittori contemporanei e per le splendide illustrazioni al suo interno realizzate dalle maestre Ayano Otani e Kaori Yamaguchi.

Recensione a cura di Serena.



domenica 21 giugno 2026

[Recensione] "Abbiamo conosciuto la cecità" di Tania Anastasi

 

Abbiamo conosciuto la cecità è il nuovo romanzo storico di Tania Anastasi pubblicato da PAV Edizioni. Dopo il successo di Carusi di miniera, L’Autrice ha scelto di raccontare la Seconda guerra mondiale non dalla prospettiva dei grandi eventi, bensì da quella delle vite comuni travolte dagli eventi. Ambientato in una Catania ferita dai bombardamenti, il libro segue l’attesa di Ana, donna rimasta sola a proteggere i figli mentre Josip, l’uomo amato, viene risucchiato dal fronte e dalla prigionia.

La storia d’amore tra Ana e Josip nasce tra il porto, il mare e la promessa di un futuro possibile. Proprio per questo il conflitto assume un peso ancora più doloroso: non distrugge soltanto case e città, ma anche progetti familiari, divide famiglie, priva dell’intimità, lascia troppe parole non dette. Le lettere, i ricordi e i silenzi diventano strumenti narrativi efficaci, capaci di restituire la distanza tra chi parte e chi resta, tra chi combatte e chi sopravvive nell’attesa, cercando di proteggere la vita dei figli dagli orrori della guerra.

Uno degli aspetti più interessanti del libro, che a mio avviso ne rappresenta il punto di forza, è il punto di vista con il quale Tania Anastasi racconta la guerra. Non si attarda a descrivere strategie militari, non celebra vittorie, ma racconta la fragilità di chi subisce la guerra senza averla scelta. Madri, bambini, uomini affamati e città distrutte diventano il vero centro narrativo. La guerra appare così nella sua dimensione più concreta e disumana: non come pagina di manuale, ma come somma di assenze, paure, attese e sogni interrotti.

Catania, che fa da sfondo alle vicende, è una città ferita, distrutta e messa in ginocchio dai bombardamenti. L’Autrice sceglie uno stile sobrio per raccontare in modo commovente il dolore provocato dalla guerra. Lo fa con garbo, con chiarezza espositiva, non enfatizza il dolore, ma non sconta nulla: la distruzione, la crudeltà, il dolore viene raccontato al lettore con schiettezza. Come quella cecità citata nel libro che non lascia vedere la natura vera della guerra, che mette gli uomini uno contro l’altro in nome di ideologie decise da altri.

Tania Anastasi racconta una storia del passato con uno sguardo lucido al presente, alle conseguenze di tutte le guerre che non sono e non dovrebbero mai essere strumenti risolutivi di controversie, qualunque sia la bandiera o l’ideologia, ed esorta a riflettere sulla guerra stessa, che  lascia dietro di sé vite spezzate e domande senza risposta.

Recensione a cura di Silvia.



giovedì 11 giugno 2026

[Recensione] "Il principe è arrivato, io no (stavo dormendo)" di Oriana Turus

"Il principe è arrivato, io no (stavo dormendo)" di Oriana Turus è un retelling della favola de "La bella addormentata nel bosco" in chiave moderna. La protagonista è Aurora, una giovane ragazza affetta dalla narcolessia, una malattia che la costringe ad addormentarsi contro la sua volontà. Grazie alle sue migliori amiche (che sono le fate madrine della situazione) riesce a trovare un medico, un brillante e affascinante neurologo che si chiama Filippo Stasi, nonché figlio di una sua ex professoressa del liceo. Inizialmente Aurora sembra scettica alla presentazione del nuovo dottore, convinta che non sia possibile trovare una cura alla sua patologia.

Dopo il primo incontro nasce tra loro un'intesa crescente, che li porta a conoscersi e innamorarsi. Lui impara a capirla e lei a farsi aiutare, finché gli confesserà che da piccola la zia, in seguito a un litigio con la madre, le avrebbe lanciato una specie di maledizione e le avrebbe procurato così la narcolessia.

Non avrei mai creduto che si potesse scrivere un rifacimento così "attuale" e divertente de "La bella addormentata" e ammetto che l'autrice è riuscita davvero bene in questo lavoro. L'ho letto in pochissimo tempo, il libro è molto scorrevole e, anche in poche pagine, riesce a raccontare con completezza la storia d'amore dei protagonisti. Inoltre ho apprezzato molto anche il modo in cui viene trattata la malattia: in modo leggero, ma mai superficiale, viene affrontata anche grazie ai personaggi che affiancano la protagonista, a partire dalle amiche Serena, Flora e Federica e il bel Filippo.

A rendere ancora più efficace il racconto è la tecnica dei POV alternati, che permettere di conoscere approfonditamente i sentimenti di Aurora e Filippo. I siparietti comici si alternano a momenti più romantici, in un racconto frizzante e scorrevole.

Recensione a cura di Serena






venerdì 5 giugno 2026

[Recensione] "Diario della contentezza" di Manuela Fabrini

 

“Ci sono parole […] che non vogliono essere gridate, ma solo sussurrate in un orecchio; che ti risvegliano dopo un lungo letargo, come le vibrazioni di una melodia antica; che ti avvolgono, ti proteggono e ti riscaldano, come una coperta di lana soffice in una fredda giornata di dicembre. Sono queste le parole che curano, le parole che salvano.”

Manuela Fabbrini con “Diario della contentezza” regala al lettore veramente una piccola perla che scalda il cuore. In un periodo storico fatto di amicizie virtuali, di rapporti costruiti e talvolta alimentati attraverso uno schermo, grazie alla connessione dati, questo piccolo libriccino ci fa ricordare, attraverso la vita della protagonista Luce, quelli che sono i veri valori, l’amore familiare, l’affetto tra fratelli, le tradizioni vissute in famiglia, i momenti di festa condivisi, quando si addobba l’albero di Natale tutti insieme e si appende quella pallina che fra tutte ha un valore simbolico.

E ci ricorda la bellezza di tenere un diario, come un amico a cui raccontare la nostra vita e le nostre giornate. Quell’amico silenzioso, come diceva anche Anna Frank “la carta è più paziente degli uomini” o lo psicologo statunitense Allport, che aveva ribadito come il diario fosse il documento personale per eccellenza.

Un diario, scritto dalla sua mamma da bambina, che un giorno sbucherà fuori da un’antica cassapanca proprio nel momento in cui Luce ne ha più bisogno, un Diario della contentezza così chiamato, pronto a ricordare con parole semplici e sincere che la felicità risiede nelle piccole cose e che forse non sono nemmeno troppo lontane da lei. Pagine che la faranno sentire meno sola e che la accompagneranno nel corso della sua vita, la cui lettura diventerà una sorta di rito, soprattutto in un momento: a Natale, davanti all’albero, insieme agli affetti più cari.

Una piccola perla, proprio come la collana a cui appartiene, ben scritta, che raggiunge il cuore del lettore e regala un pizzico di “contentezza”.

Recensione a cura di Silvia.



lunedì 1 giugno 2026

[Recensione] "La sonnambula" di Bianca Pitzorno

 


La sonnambula di Bianca Pitzorno è un romanzo storico vibrante a metà strada tra il genere picaresco e le atmosfere gotiche di fine Ottocento.

La forza del libro risiede nella sua protagonista Ofelia Rossi, una figura complessa, vittima delle convenzioni sociali del suo tempo, che trova il modo di riscattarsi e sfrutta uno strano “dono” su cui non ha il controllo in uno strumento di emancipazione economica e sociale. In una Sardegna postunitaria, ricostruita e descritta con grande cura, l’autrice si muove tra fatti storici reali e suggestioni nate da un vero annuncio d’epoca del 1894 trovato su un vecchio giornale. A Donora, Ofelia Rossi è per tutti “la sonnambula”, una donna capace di dare ascolto e conforto, in una società tipicamente patriarcale, ad altre donne che cercano solo un momento di libertà segreta.

Lo stilo dell’Autrice è raffinato e colto, talvolta venato di una sottile ironia. La trama appassiona e si sviluppa come un affascinante mosaico psicologico, sebbene talvolta lo stile rallenti a causa del racconto di molte vicende, alcune molto intricate, e per la presenza di numerosi personaggi secondari.

La sonnambula è un romanzo che omaggia la resilienza femminile, la capacità di riscatto delle donne. Consigliato a chi ama i romanzi che indagano l’animo umano e quei libri che si rivelano autentici affreschi di storia italiana.

Recensione a cura di Silvia.