mercoledì 5 agosto 2026

[Recensione] "Odissea" di Christopher Nolan (2026)

 

Sabato scorso, sono andata finalmente al cinema a vedere l’Odissea di Christopher Nolan, un film intenso, affascinante, avvincente, epico proprio come il poema omerico da cui è tratto.

Il film inizia con una scena estremamente evocativa: un aedo (interpretato da Travis Scott) racconta una storia che ha per protagonista una guerra, un uomo, un pensiero, un inganno e una moglie (per dirlo con le sue esatte parole). Ha appena introdotto in poche parole i nuclei tematici dell’Odissea. La Guerra di Troia è ormai un lontano ricordo, tutti i capi dell’esercito greco sono tornati in patria, tra cui Agamennone (Benny Safdie) e Menelao (Jon Bernthal), che è riuscito a riportare a Sparta la moglie Elena (Lupita Nyong'o). A Itaca, da vent’anni, si attende il ritorno del suo sovrano Odisseo (Matt Damon). Ormai il palazzo reale è stato invaso dai proci, dei disgustosi pretendenti che, guidati dal perfido Antinoo (Robert Pattison), sperano di ottenere la mano della bella Penelope (Anne Hathaway), in attesa del ritorno dell’amato marito. Ogni notte si impegna a tessere e scucire la tela destinata al sudario del suocero, con lo scopo di impedire un matrimonio affrettato. Accanto a lei ci sono Argo, il fidato e anziano cane di Odisseo, il capraio Eumeo e Telemaco (Tom Holland), il figlio che il re ha lasciato quando era molto piccolo per andare a combattere a Troia. Questi, a sua volta, ha deciso di andare per mare per avere notizie da suo padre, dirigendosi da Menelao.

Nel frattempo Odisseo si trova a Ogigia, dove la ninfa Calipso (Charlize Theron) lo tiene in ostaggio, e iniziano a riaffiorare delle immagini dal passato nella sua mente: ricorda di aver contribuito alla vittoria greca della guerra di Troia, distrutta in fiamme, con il trucco del maestoso cavallo di legno (ideato con il defunto Sinone, interpretato nel film da Elliot Page) e di essersi imbarcato in un viaggio di ritorno verso Itaca, ostacolato da numerosi scontri spesso armati. È omesso il periodo passato sull’isola dei Feaci, infatti non appare Nausicaa.

Nel film mancano alcune parti del poema, probabilmente per motivi di durata, ma in questa recensione voglio concentrarmi su ciò che c’è. Il primo punto che salta all’occhio è sicuramente l’interpretazione superlativa di Matt Damon: fin dal racconto dell’aedo, viene messo al centro l’uomo; nel proemio greco, infatti, la prima parola è proprio νδρα, che vuol dire uomo. Odisseo (Ulisse nella versione italiana) è, infatti, un eroe astuto, dotato di intelletto e scaltrezza nel combattere (molte scene di battaglia, infatti, sono sulle sue spalle), ma si mostra anche nella sua fragilità umana, ormai distrutto e stanco di mettere la sua intelligenza al servizio di una guerra che è andata avanti per dieci anni, desideroso più che mai di tornare a casa e riabbracciare l’amata moglie e il figlio che del padre non ha alcun ricordo.

A tal proposito, desidero esprimere un parere proprio su questi personaggi. Penelope è interpretata da Anne Hathaway, che è riuscita a dipingere la regina di Itaca come una donna di grande forza interiore. La sua interpretazione mette insieme speranza, resilienza e spirito materno nei confronti del giovane Telemaco. Riesce a fondere perfettamente le sue tre anime: quella di regina, impegnata a regnare con equilibrio su un trono vacante nell’attesa del ritorno dei suo sovrano; quella di donna, determinata a non cedere la mano ad altri pretendenti, preservando così la sua dignità, caparbietà e fedeltà; e quella di madre, che continua a essere un punto di riferimento per il figlio. Una magistrale interpretazione di Penelope nel modo più naturale possibile. Altrettanto struggente è l’interpretazione di Calipso (Charlize Theron), non solo una ninfa innamorata di uno straniero, ma anche una donna che capisce di dover lasciare andare un uomo che non le appartiene.

Nel film sono presenti anche dei piccoli sipari tra la madre e il figlio, in cui Penelope racconta a Telemaco di suo padre, dimostrando di saperlo riconoscere in ogni dettaglio, soprattutto dal modo in cui era solito scoccare la freccia dal suo arco. Proprio questo, è il particolare più significativo del film, nella scena del riconoscimento finale.

Anche Tom Holland ha dato un’interpretazione di Telemaco che mi è piaciuta molto. Non si tratta più dell’adolescente con lo sguardo un po’ disperso di Spiderman, ma di un giovane uomo che mostra curiosità, interesse e coraggio nella decisione di andare per mare alla ricerca del padre. A tal proposito, Nolan ha evidenziato la sua crescita interiore sia attraverso la capacità di relazionarsi con altri personaggi che attraverso la capacità di combattere, che lo accomuna al padre. A pensarci meglio, questo è un tema comune sia alla letteratura greca che a quella romana: la maturazione di un personaggio attraverso un iter qualsiasi, guidato dalla sua curiosità. All’inizio del film, Telemaco è un adolescente, alla fine un uomo pronto a succedere il padre sul trono di Itaca.

A ostacolarlo c’è Antinoo, un uomo perverso e senza scrupoli, determinato a prendere il trono e a mandare in esilio il giovane Telemaco. Antinoo è interpretato da Robert Pattison, anch’egli ormai lontano da Edward di Twilight, che lo ha rappresentato in tutta la sua crudeltà, rendendolo un antagonista con l’iniziale maiuscola. Di Antinoo sono accentuati il suo essere viscido, bugiardo e, soprattutto codardo durante lo scontro finale di Odisseo contro i Proci. È lui che dà i comandi, ma lascia che siano gli altri a morire prima di lui.

Mi è piaciuta molto anche Samantha Morton nei panni di Circe: è riuscita a conferire alla maga l’immagine di una donna più umana, verace, che ha dovuto imparare nel tempo a sopravvivere con l’arte dei suoi incantesimi. Una donna che nei primi istanti può sembrare inquietante, ma finisce per rivelarsi agli occhi di Odisseo nella sua sensibilità e fragilità. Ciononostante, è omessa la relazione tra i due.

Nel film non sono presenti le divinità, eccetto una: Atena, interpretata da Zendaya, che però continua a mantenere un ruolo abbastanza marginale che la fa apparire come un monito di coscienza interiore, piuttosto che come una guida per l’eroe greco. Lo stesso discorso si può riferire a Sinone, mi sarebbe piaciuto fosse stato più partecipe, invece la sua uscita di scena mi è sembrata un po’ frettolosa.

Inoltre, mi piacerebbe spendere alcune parole anche sull’uso del CGI (ovvero sull’uso della correzione al computer). Nolan ha sempre specificato di voler limitarne l’utilizzo per rendere alcune scene più realistiche possibile: e ciò gli è riuscito davvero benissimo. Scene come lo scontro con Polifemo, la trasformazione degli uomini di Odisseo in maiali, la battaglia con Scilla e Cariddi e quella contro i Lestrigoni sono davvero impressionanti e assorbono perfettamente il pubblico. Il film dura circa tre ore, ma è riuscito a tenermi incollata allo schermo, non c’è stato un minuto in cui la mia attenzione è mancata.

È molto suggestiva l’ambientazione: da siciliana, infatti, ho molto gradito il fatto che Nolan abbia scelto isole come Favignana o le Eolie per girare il film e rendere scene di navigazione e battaglia ancor più vere. E vi assicuro che vedere il film girato a pochi chilometri da casa fa anche un certo effetto.

Non mancano sipari di grande emotività: mi riferisco all’adozione di Argo e all’ultimo saluto a Odisseo, aspettato per vent’anni con le ultime forze rimaste, e soprattutto al ricongiungimento tra il protagonista e Penelope. Non posso negare che in quel momento mi è scappata qualche lacrima.

La sceneggiatura, inoltre, mi è sembrata molto fedele ai valori portanti della società greca arcaica, quali il vincolo dell’ospitalità e delle leggi di Zeus (come dare una sepoltura ai morti e i sacrifici in favore degli dei, l’accoglienza dello straniero e il rispetto verso chi ospita). Tali concetti, infatti, vengono spesso ribaditi per bocca del protagonista. Questo rende il film ancora più credibile e, soprattutto, lo rende un meraviglioso copione adattabile a Odisseo, eroe tragico, circondato dall’orchestra dei suoi compagni e del poema che porta il suo nome.

Recensione a cura di Serena



lunedì 3 agosto 2026

[Recensione] "Le finestre della vita" di Rosalino Granata

«Questi racconti sono un viaggio per le strade della vita, un excursus tra gli episodi che, come finestre aperte, si aprono ai nostri occhi.»

Dalla prefazione di Rosita Panetta


Entrare nella lettura di Le finestre della vita di Rosalino Granata significa affacciarsi su una serie di scorci esistenziali eterogenei e profondamente autentici. La metafora delle "finestre" descritta nella prefazione di Rosita Panetta cattura perfettamente l'essenza dell'opera: ogni racconto è una luce che si accende su un frammento di realtà, svelando ora la magia dell'inquietudine, ora l'imprevedibilità del quotidiano, fino ad approdare a toccanti percorsi di redenzione e affetto.

Rosalino Granata dimostra una rara versatilità stilistica nel muoversi attraverso generi differenti pur mantenendo una voce narrativa schietta, trasparente e d'immediato impatto emotivo.

Nel racconto di apertura, Il libro della guida all'eterna sapienza, l'autore attinge a toni dark-fantasy e al realismo magico, dove un antico manoscritto di famiglia esercita un potere ipnotico e pericoloso sul giovane Paolo. È una potente allegoria sulla sete smodata di conoscenza e sull'amore genitoriale capace di spezzare anche la catena di un maleficio. 

Con Personaggi strani e Diverse storie, Granata ci porta invece sulle strade cittadine a bordo del bus guidato da Guido.Tra imitatori di Pantani, performer estemporanei di Celentano, paracadutisti e controverse figure urbane, il mezzo pubblico si trasforma in una perfetta metafora del mondo: un micro-cosmo vivace, fragile e talvolta ostile, dove la dedizione al proprio lavoro e l'empatia diventano baluardi contro l'indifferenza.

Il ritmo si fa incalzante e avvincente con Il mistero del condominio, una detective story arricchita da sfumature dialettali siciliane che rendono omaggio alla lezione di Andrea Camilleri. Qui la suspense si sposa con la determinazione di una moglie decisa a scagionare l'innocente marito grazie all'uso arguto dei social network e alla collaborazione con il commissario Attilio Forte.

Di straordinaria intensità emotiva è l'intimo A Giorgia..., racconto che affronta il tema del dolore infantile, della fame e dell'abbandono affettivo, illuminato dalla figura provvidenziale della maestra Carmen. È una celebrazione della forza della cultura e del talento sartoriale come strumenti di riscatto sociale.

Un elemento di straordinaria raffinatezza che impreziosisce la prosa di Rosalino Granata è l'inserimento misurato di brevi componimenti in forma di haiku. L'autore, che nasce innanzitutto come poeta, fa affiorare la sua matrice lirica creando anche delle vere e proprie "finestre sull'anima". Negli haiku custoditi nelle pagine della raccolta rappresentano momenti di pausa contemplativa, in cui la narrazione si ferma per lasciare spazio all'emozione pura.

Il valore principale dell'opera di Rosalino Granata risiede nell'empatia con cui ritrae l'animo umano. Che si tratti di affrontare l'incubo di una dipendenza, il peso di un adulterio seguito dal pentimento, o la dolce malinconia dei ricordi giovanili, l'autore non giudica mai i suoi personaggi, ma li accompagna lungo la vita con uno sguardo intriso di speranza e umanità.

"Le finestre della vita" è una lettura scorrevole ma profonda, consigliata a chi ama le storie autentiche, le atmosfere cittadine ben tratteggiate e quei piccoli ricami poetici che sanno regalare un momento di inaspettata meraviglia.

Recensione a cura di Silvia.



lunedì 27 luglio 2026

[Recemsione] "L'hacker di Northingham" di Alessia Cannizzaro

 

“L’hacker di Northingham” di Alessia Cannizzaro offre un’originale rivisitazione della favola di Robin Hood in chiave moderna.

Il protagonista è Robin Carter, di umili origini, un brillante studente di informatica e infallibile hacker che riesce a penetrare nel sistema della prestigiosa Northingam University e a intitolare una borsa di studio a sé stesso. L’Università, tuttavia, non è un ambiente del tutto rose e fiori, dal momento che i vari studenti appartengono a classi sociali diverse. Gli studenti più abbienti, però, sono quelli che godono dei maggiori privilegi. Tra questi vi è anche Marian Whitmore, la figlia del rettore, verso cui Robin nutre una certa simpatia, ma di cui non sa se fidarsi o meno.

Un giorno Robin riceve una comunicazione: serve la modica cifra di tredicimila sterline per modificare il colore delle divise di baseball. Decide così di entrare nel sistema dell’università, manomettere alcuni numeri e assegnare dei buoni agli studenti meno benestanti da spendere in materiale scolastico.

Dal giorno successivo comincia una vera e propria “caccia all’untore” per smascherare l’identità del misterioso hacker. Sopraggiunge, così, una sfida per Robin: dovrà capire di chi può fidarsi e da chi deve tenersi lontano.

Il nuovo libro di Alessia Cannizzaro rivisita brillantemente la favola di Robin Hood soprattutto per il modo in cui viene attualizzata e proiettata in un contesto verosimile: un’università d’élite, che si trasforma in un dedalo in cui differenze sociali non vengono livellate, ma accentuate da una gestione fortemente arbitraria. Questo è proprio uno dei tratti più particolari dell’autrice: quello di saper raccontare una storia sempre in modi diversi e mai scontati.

Sicuramente la narrazione viene resa anche credibile dal fatto che a raccontare la storia è proprio Robin dal suo punto di vista: quello di uno studente non benestante e, soprattutto, di un hacker esperto! Vorrei, a tal proposito, sottolineare la bravura dell’autrice nell’utilizzare un lessico altamente specifico e tecnico da far pensare che, in alcuni punti, il libro sia stato scritto proprio da un hacker!

Inoltre, la storia invita a riflettere sulle differenze sociali nella realtà: benché venga ambientata in una prestigiosa università, la storia narrata potrebbe verificarsi in qualsiasi parte del mondo.

Recensione a cura di Serena.




domenica 26 luglio 2026

[Recensione] "Tacchi, tabacchi & tarocchi" di Bettina Battistella

 


Tacchi, tabacchi & tarocchi è il secondo libro di Bettina Battistella che vede come protagonista la famiglia Bonfiglio capitanata dalla pimpante nonna Amelia.

Nel primo libro Un pappagallo in pegno l’Autrice ci ha fatto conoscere la ditta di investigazione dei fratelli Bonfiglio nella cornice di un’affascinante e vibrante Venezia.

In questo nuovo capitolo, la famiglia Bonfiglio è in vacanza come da tradizione agli Alberoni, dove prende in affitto sempre la stessa casa, di proprietà di un tipo ricco e non troppo simpatico. Del posto conoscono tutti, in particolare le suore del vicino convento e le sorelle Bonfiglio sono solite prestare il loro operato nella colonia estiva dei bambini. Sembra tutto perfetto, tranne un piccolo dettaglio: quella casa è abitata ormai da anni da una strana presenza che la famiglia chiama affettuosamente Astolfo. Un fantasma che si fa sentire con uno strano rumore di tacchi, ma che ha sempre convissuto pacificamente con gli inquilini affittuari. Tuttavia, quell’estate Astolfo cambia atteggiamento e diventa un’anima inquieta, qualcosa lo turba. Diventa più rumoroso, disturba il sonno della famiglia, richiede attenzione. La famiglia si chiede il perché. E la nonna sa a chi chiedere: c’è Maria La Greca che dice di saper leggere i tarocchi. Una seduta potrebbe svelare il mistero che tormenta Astolfo. Vito e Umberto Bonfiglio però decidono, sebbene in ferie, di indagare. Chiedono in giro per sapere qualcosa di più sulla storia della casa, a chi appartenesse in origine, chi ci vivesse. Le suore vicine di casa sanno qualcosa, una storia che potrebbe far luce sul mistero di Astolfo.

Il giallo cozy, da questo momento, diventa di più ampio respiro, strizza l’occhio e lascia spazio a uno spaccato di storia che ha segnato l’Italia e il destino di tante famiglie. L’Autrice con abilità, e senza appesantire la trama, fa un salto temporale e con la tecnica del flash back porta il lettore ai tempi delle discriminazioni razziali. Mostra uno spaccato di storia che fa ancora male e graffia l’anima, abbandona, ma lo fa solo per un momento, il giallo cozy per un ricordo doloroso, ma forse anche doveroso, per non dimenticare mai gli errori della storia e gli orrori compiuti dall’uomo. Riesce a incastonare il tutto con garbo, poi prende il lettore e lo riposta dai Bonfiglio, alla loro quotidianità più o meno perfetta e, con grande sorpresa, apre uno spunto di riflessione su scelte di vita importanti, dando voce e spazio a Novella, una delle giovani novizie, che si interrogherà se la vita monastica è veramente la sua strada o se invece non stia accettando passivamente una vita che non le appartiene.

All’Autrice va l’indubbio merito di aver tracciato una trama non semplice, ma con maestria ha fatto una scelta consapevole: conciliare una lettura leggera e al tempo stessa intensa. Il tutto diventa un dipinto perfetto, con tante sfumature che creano armonia.

Recensione a cura di Silvia.

lunedì 20 luglio 2026

[Recensione] "L'ultimo segno di noi" di Antonella Salese

 

Antonella Salese esordisce nella collana Romance New Adult PAV Edizioni con un libro che regala da subito emozioni travolgenti.

L’ultimo segno di noi è un reverse age gap, sì perché a essere più grande è la protagonista, Azzurra, mente lui è Matteo. Non è però un age gap qualunque, perché l’amore tra i due nasce e si sviluppa tra i banchi di scuola e si tratta di un amore proibito perché Matteo è uno studente di quel liceo all’ultimo anno, mentre Azzurra è la sua insegnate di lingue. La loro storia nasce pian piano: prima è un incontro di sguardi, poi la consapevolezza di una forte attrazione, infine è amore profondo, quello che nasce tra due anime che si incontrano e si riconoscono e non possono fare a meno di amarsi. All’Autrice si deve riconoscere la grande capacità di descrivere e rendere veri e vivi i sentimenti, le emozioni, i battiti del cuore, l’attrazione, le attese, i tormenti dell’animo per una storia che agli occhi della società sembra scandalosa. Cosa c’è però di strano tra due ragazzi che si amano? Davvero quella manciata di anni che li separa può fare la differenza tra una storia destinata a durare o una destinata a finire? Azzurra e Matteo non vivono una storia tutta rose e fiori, ma si scontrano con convenzioni sociali, i pregiudizi, i falsi perbenismi da una parte; dall’altra conoscono anche chi crede in loro, chi in quel loro rapporto così forte, vero e profondo, vede solo un giovane uomo e una giovane donna che si amano nonostante tutto e tutti.

Una scrittura fresca, coinvolgente, di quelle che ti fanno divorare un libro. Quando ho letto l’ultima pagina, Azzurra e Matteo sono diventati come due amici che mi sono mancati un po'. Perché io ho tifato per loro.

Recensione a cura di Serena.

giovedì 16 luglio 2026

[Recensione] "Lady Oscar: L'epopea di una guerriera romantica" di Elena Romanello

 

Con "Lady Oscar: L'epopea di una guerriera romantica" Elena Romanello, grande appassionata dell'anime, ci ha regalato un piccolo saggio molto esaustivo pieno di aneddoti sul personaggio di Lady Oscar, trattando non solo del manga, ma anche dei vari adattamenti televisivi e dell'autrice Riyoko Ikeda.

Il saggio inizia raccontando il successo del manga creato dalla ventiquattrenne fumettista giapponese Riyoko Ikeda, discendente di una famiglia di samurai, e inizialmente pubblicato a episodi dal il 21 maggio del 1972 sulla rivista Margaret Comics. Il titolo originale è Versailles no bara, ovvero "La rosa di Versailles", e narra una storia rivoluzionaria, ambientata a Parigi poco prima della Rivoluzione francese, la cui protagonista è Oscar François de Jarjayes, una giovane donna che viene allevata dal padre come un uomo e diventa in poco tempo il Comandante delle guardie reali al servizio dei sovrani Luigi XVI e Maria Antonietta. Il manga ottiene subito un successo straordinario tra un pubblico di giovani lettrici, in grado di procurare all'Ikeda l'attenzione di alcuni registi per trarne un cartone animato. La serie viene diretta dai maestri Tadao Nagahama e Osamu Dezaki (il quale, tuttavia, fece dell'anime un libero adattamento del fumetto) e disegnata da Shingo Araki e Michi Himeno. Viene successivamente descritto il debutto dell'anime e la risonanza che ebbe nei vari Paesi del mondo in cui venne mandato in onda, con un attento approfondimento di sequel e spin-off letterari, quali le Storie gotiche.

Si parla poi del film di Jacque Demy del 1979, di produzione nippo-francese, con protagonista Catriona Macoll nei panni della protagonista, che tuttavia non riuscì a replicare il successo dell'anime, a causa di una sceneggiatura poco curata e di personaggi interpretati senza carisma. Non per caso, Jacque Demy non volle che il film venisse proiettato in Francia.

In tempi più recenti, nel 2025 è stato prodotto anche un nuovo adattamento cinematografico, questa volta a cartone animato, dallo studio Mappa e dalla giovane regista Ai Yoshimura, desiderosa di creare un nuovo film che mettesse insieme dei disegni rinnovati, una storia più fedele al manga creato da Riyoko Ikeda e la passione di quest'ultima per il canto e i musical, riempiendo la pellicola di intermezzi canori. Benché il progetto si fosse mostrato ambizioso e interessante, sembra che il film abbia presentato una regia un po' frettolosa, in cui sono più frequenti le parti cantate che le scene della storia.

Il libro parla anche del doppiaggio della serie, delle sigle iconiche di Cristina D'Avena e soprattutto dei Cavalieri del Re, che continuano ancora a presenziare ad eventi dedicati al cartone animato e non solo.

Si tratta di un saggio che io, da appassionata di anime giapponesi e soprattutto di Lady Oscar, ho letto in pochi giorni. È una lettura molto scorrevole che non si limita solo a raccontare la storia di un fumetto e successivamente cartone molto famoso, ma indaga anche dietro gli aneddoti simpatici vi si celano e che rendono il libro ancora più gradevole. Nulla è lasciato al caso, ma ogni dettaglio è approfondito minuziosamente. È un bellissimo viaggio che attraversa varie generazioni, penetra nei meandri della cultura giapponese e non solo, indaga le caratteristiche dello shojo (il manga per ragazze) e continua ad attualizzare il personaggio di Lady Oscar, sospeso tra mito e realtà.

Recensione a cura di Serena.



venerdì 10 luglio 2026

[Recensione] "Il cuore non va a dormire" di Enrico Galiano

 

“-E una volta che hai visto, ma che hai visto davvero, non puoi più fare finta di niente. Non puoi più credere a quello che ti dicono. Fare quello che ti dicono di fare- E a quel punto ci guardò, uno per uno, negli occhi.- E dovete sbrigarvi, dovete aprirli quegli occhi, perché è un attimo che si finisce a vivere una vita che non è la vostra, ad andare solo dove vi dicono di andare, dritti dentro il fosso di una calma rassicurante, di un lavoro tranquillo, la casetta la macchina lo stipendio fisso, non rassegnatevi a stare chiusi in gabbia, che dentro di voi c’è una vita che vi chiede di uscire. Non lasciatela lì solo perché non avete voluto aprire gli occhi e vederla!”


Ognuno di noi ha una crepa dentro, qualcosa che considera un difetto, perché probabilmente non è bello da vedere. In quella crepa, però, può passare anche la luce e, se viene decorata in qualche modo, può diventare qualcosa di meraviglioso.

Questo è quello che ho pensato quando ho terminato la lettura del nuovo, struggente romanzo di Enrico Galiano, che si intitola “Il cuore non va a dormire”.

Il libro inizia con una premessa: affinché l’occhio umano recepisca chiaramente un’immagine ci vogliono ben tredici millisecondi. In questo brevissimo intervallo di tempo, che equivale al battito d’ali di un colibrì e al tempo in cui la luce riflessa arriva alla retina, si ha solo una percezione iniziale di quell’immagine, perché poi cambia tutto. Dopo molto tempo, infatti, non vi si guarda più come la prima volta.

È quello che accade alle protagoniste di questo libro. Da una parte abbiamo Sasha, sedici anni, amante della musica di Ennio Morricone, appassionata di pugilato e arte e affiancata solo dai suoi due amici Elly e Claude. Frequenta un Istituto tecnico e, in un normalissimo giorno di scuola, riceve la supplenza del professore di diritto Fabio Orlando, che spesso si diverte a parlare dei capolavori dell’arte con i suoi studenti. La particolarità delle sue lezioni, però, sta nel fatto che non si limita a descrivere i quadri oggetto delle lezioni, ma indaga con grande attenzione anche la storia dietro ognuno, parlando degli artisti e dei loro sentimenti. Sasha capisce di provare qualcosa per lui, ma sa anche che il suo è un desiderio irrealizzabile.

Dall’altra parte c’è Alessandra, quarantadue anni, che insieme al suo amico Lucio gestisce un’impresa per il recupero e restauro di opere d’arte. È sposata con Giorgio e ha una figlia a cui vuoi molto bene. Nella sua vita, però, c’è qualcosa che manca e lo capisce quando un giorno viene rinvenuto sul muro di una chiesa uno strano murales che raffigura la Creazione dell’uomo di Michelangelo, ma senza la mano di Dio e con una crepa al centro. Alessandra capisce subito chi è l’autore del quadro: si tratta di Moresco, un artista di strada la cui identità è sconosciuta e a proposito del quale ha scritto un saggio. Da quel giorno, Alessandra comincia a impegnarsi per colmare quel vuoto e, per farlo, si mette alla ricerca dell’uomo amato, ma a cui è stata costretta a rinunciare.

Vorrei sottolineare, infatti, che in una prima parte la narrazione prosegue a POV alternati, per poi diventare uno solo. A unire, infatti, le protagoniste è un nome, ed è proprio quello del misterioso Moresco.

Insieme a “Una vita non basta”, questo è il mio romanzo preferito di Galiano, che dà ulteriore prova della sua incredibile capacità nel parlare ai cuori dei lettori. Sembra quasi che sappia cosa dire a ognuno, ma le sue non sono solo parole di conforto: sono una lezione di vita, da portare sempre con sé e ripetersi nei momenti di debolezza.

Perché è soprattutto di questo che si parla nel libro, delle proprie debolezze, che vengono paragonate a crepe. Spesso ci capita di pensare alle nostre debolezze come dei difetti da nascondere. Al contrario, il libro tramite le due protagoniste, ci invita a vederle diversamente. È frequente, infatti, l’affermazione secondo cui dentro ogni crepa passa sempre un raggio di luce, vale a dire che ognuno di noi può fare delle crepe qualcosa di bello. È anche la lezione di Moresco, che ha fatto delle crepe sui muri il suo tratto distintivo, attorno alle quali crea dipinti bellissimi e riconoscibili.

E se ci accorgiamo che una crepa può diventare un capolavoro d’arte è perché c’è ancora una fiammella che illumina la nostra speranza, che ci invita a credere in noi stessi e nei desideri che, per qualche motivo, credevamo ormai lontani o non realizzabili. Se ci accorgiamo che questi desideri possono rivivere è perché c’è una parte di noi che ancora ci crede ed è perché il cuore non va a dormire.

Recensione a cura di Serena