domenica 21 giugno 2026

[Recensione] "Abbiamo conosciuto la cecità" di Tania Anastasi

 

Abbiamo conosciuto la cecità è il nuovo romanzo storico di Tania Anastasi pubblicato da PAV Edizioni. Dopo il successo di Carusi di miniera, L’Autrice ha scelto di raccontare la Seconda guerra mondiale non dalla prospettiva dei grandi eventi, bensì da quella delle vite comuni travolte dagli eventi. Ambientato in una Catania ferita dai bombardamenti, il libro segue l’attesa di Ana, donna rimasta sola a proteggere i figli mentre Josip, l’uomo amato, viene risucchiato dal fronte e dalla prigionia.

La storia d’amore tra Ana e Josip nasce tra il porto, il mare e la promessa di un futuro possibile. Proprio per questo il conflitto assume un peso ancora più doloroso: non distrugge soltanto case e città, ma anche progetti familiari, divide famiglie, priva dell’intimità, lascia troppe parole non dette. Le lettere, i ricordi e i silenzi diventano strumenti narrativi efficaci, capaci di restituire la distanza tra chi parte e chi resta, tra chi combatte e chi sopravvive nell’attesa, cercando di proteggere la vita dei figli dagli orrori della guerra.

Uno degli aspetti più interessanti del libro, che a mio avviso ne rappresenta il punto di forza, è il punto di vista con il quale Tania Anastasi racconta la guerra. Non si attarda a descrivere strategie militari, non celebra vittorie, ma racconta la fragilità di chi subisce la guerra senza averla scelta. Madri, bambini, uomini affamati e città distrutte diventano il vero centro narrativo. La guerra appare così nella sua dimensione più concreta e disumana: non come pagina di manuale, ma come somma di assenze, paure, attese e sogni interrotti.

Catania, che fa da sfondo alle vicende, è una città ferita, distrutta e messa in ginocchio dai bombardamenti. L’Autrice sceglie uno stile sobrio per raccontare in modo commovente il dolore provocato dalla guerra. Lo fa con garbo, con chiarezza espositiva, non enfatizza il dolore, ma non sconta nulla: la distruzione, la crudeltà, il dolore viene raccontato al lettore con schiettezza. Come quella cecità citata nel libro che non lascia vedere la natura vera della guerra, che mette gli uomini uno contro l’altro in nome di ideologie decise da altri.

Tania Anastasi racconta una storia del passato con uno sguardo lucido al presente, alle conseguenze di tutte le guerre che non sono e non dovrebbero mai essere strumenti risolutivi di controversie, qualunque sia la bandiera o l’ideologia, ed esorta a riflettere sulla guerra stessa, che  lascia dietro di sé vite spezzate e domande senza risposta.

Recensione a cura di Silvia.



giovedì 11 giugno 2026

[Recensione] "Il principe è arrivato, io no (stavo dormendo)" di Oriana Turus

"Il principe è arrivato, io no (stavo dormendo)" di Oriana Turus è un retelling della favola de "La bella addormentata nel bosco" in chiave moderna. La protagonista è Aurora, una giovane ragazza affetta dalla narcolessia, una malattia che la costringe ad addormentarsi contro la sua volontà. Grazie alle sue migliori amiche (che sono le fate madrine della situazione) riesce a trovare un medico, un brillante e affascinante neurologo che si chiama Filippo Stasi, nonché figlio di una sua ex professoressa del liceo. Inizialmente Aurora sembra scettica alla presentazione del nuovo dottore, convinta che non sia possibile trovare una cura alla sua patologia.

Dopo il primo incontro nasce tra loro un'intesa crescente, che li porta a conoscersi e innamorarsi. Lui impara a capirla e lei a farsi aiutare, finché gli confesserà che da piccola la zia, in seguito a un litigio con la madre, le avrebbe lanciato una specie di maledizione e le avrebbe procurato così la narcolessia.

Non avrei mai creduto che si potesse scrivere un rifacimento così "attuale" e divertente de "La bella addormentata" e ammetto che l'autrice è riuscita davvero bene in questo lavoro. L'ho letto in pochissimo tempo, il libro è molto scorrevole e, anche in poche pagine, riesce a raccontare con completezza la storia d'amore dei protagonisti. Inoltre ho apprezzato molto anche il modo in cui viene trattata la malattia: in modo leggero, ma mai superficiale, viene affrontata anche grazie ai personaggi che affiancano la protagonista, a partire dalle amiche Serena, Flora e Federica e il bel Filippo.

A rendere ancora più efficace il racconto è la tecnica dei POV alternati, che permettere di conoscere approfonditamente i sentimenti di Aurora e Filippo. I siparietti comici si alternano a momenti più romantici, in un racconto frizzante e scorrevole.

Recensione a cura di Serena






venerdì 5 giugno 2026

[Recensione] "Diario della contentezza" di Manuela Fabrini

 

“Ci sono parole […] che non vogliono essere gridate, ma solo sussurrate in un orecchio; che ti risvegliano dopo un lungo letargo, come le vibrazioni di una melodia antica; che ti avvolgono, ti proteggono e ti riscaldano, come una coperta di lana soffice in una fredda giornata di dicembre. Sono queste le parole che curano, le parole che salvano.”

Manuela Fabbrini con “Diario della contentezza” regala al lettore veramente una piccola perla che scalda il cuore. In un periodo storico fatto di amicizie virtuali, di rapporti costruiti e talvolta alimentati attraverso uno schermo, grazie alla connessione dati, questo piccolo libriccino ci fa ricordare, attraverso la vita della protagonista Luce, quelli che sono i veri valori, l’amore familiare, l’affetto tra fratelli, le tradizioni vissute in famiglia, i momenti di festa condivisi, quando si addobba l’albero di Natale tutti insieme e si appende quella pallina che fra tutte ha un valore simbolico.

E ci ricorda la bellezza di tenere un diario, come un amico a cui raccontare la nostra vita e le nostre giornate. Quell’amico silenzioso, come diceva anche Anna Frank “la carta è più paziente degli uomini” o lo psicologo statunitense Allport, che aveva ribadito come il diario fosse il documento personale per eccellenza.

Un diario, scritto dalla sua mamma da bambina, che un giorno sbucherà fuori da un’antica cassapanca proprio nel momento in cui Luce ne ha più bisogno, un Diario della contentezza così chiamato, pronto a ricordare con parole semplici e sincere che la felicità risiede nelle piccole cose e che forse non sono nemmeno troppo lontane da lei. Pagine che la faranno sentire meno sola e che la accompagneranno nel corso della sua vita, la cui lettura diventerà una sorta di rito, soprattutto in un momento: a Natale, davanti all’albero, insieme agli affetti più cari.

Una piccola perla, proprio come la collana a cui appartiene, ben scritta, che raggiunge il cuore del lettore e regala un pizzico di “contentezza”.

Recensione a cura di Silvia.



lunedì 1 giugno 2026

[Recensione] "La sonnambula" di Bianca Pitzorno

 


La sonnambula di Bianca Pitzorno è un romanzo storico vibrante a metà strada tra il genere picaresco e le atmosfere gotiche di fine Ottocento.

La forza del libro risiede nella sua protagonista Ofelia Rossi, una figura complessa, vittima delle convenzioni sociali del suo tempo, che trova il modo di riscattarsi e sfrutta uno strano “dono” su cui non ha il controllo in uno strumento di emancipazione economica e sociale. In una Sardegna postunitaria, ricostruita e descritta con grande cura, l’autrice si muove tra fatti storici reali e suggestioni nate da un vero annuncio d’epoca del 1894 trovato su un vecchio giornale. A Donora, Ofelia Rossi è per tutti “la sonnambula”, una donna capace di dare ascolto e conforto, in una società tipicamente patriarcale, ad altre donne che cercano solo un momento di libertà segreta.

Lo stilo dell’Autrice è raffinato e colto, talvolta venato di una sottile ironia. La trama appassiona e si sviluppa come un affascinante mosaico psicologico, sebbene talvolta lo stile rallenti a causa del racconto di molte vicende, alcune molto intricate, e per la presenza di numerosi personaggi secondari.

La sonnambula è un romanzo che omaggia la resilienza femminile, la capacità di riscatto delle donne. Consigliato a chi ama i romanzi che indagano l’animo umano e quei libri che si rivelano autentici affreschi di storia italiana.

Recensione a cura di Silvia.

mercoledì 27 maggio 2026

[Recensione] "Figlia della tempesta: Vita e ispirazioni di Mary Shelley", testi di Elisa Serra

 

Eccoci oggi con la recensione del primo libro che ho preso al Salone Internazionale del libro di Torino 2026. Si tratta di un piccolo gioiello che riassume in pochissime pagine la vita di una delle scrittrici più originali e ingegnose di sempre: Mary Shelley.

Mary nacque il 30 agosto 1797 a Londra dall'unione del filosofo radicale William Godwin, molto in vista negli ambienti culturali della capitale britannica, e di Mary Wollstonecraft, prima femminista della storia e promotrice di ideali di emancipazione, che morì poco dopo il parto. Sebbene Mary non avesse conosciuto sua madre, in realtà la sua presenza sembrò farsi sentire molto forte nella sua vita, a tal punto da recarsi quotidianamente presso la sua sepoltura a leggere o a scrivere. Le idee di Mary Wollstonecraft, anche in silenzio, plasmarono la figlia rendendola una ragazza forte e determinata. Mary crebbe a casa del padre, che era un vero e proprio circolo di intellettuali, dove avvenne la sua formazione culturale. Divenne una giovane donna molto colta e capace di condurre un dibattito su varie materie tra letteratura, politica, scienze e cronaca. Crebbe destando l'ammirazione degli intellettuali contemporanei, tra questi il poeta Percy Bysshe Shelley, che rimase completamente ammaliato dalla bella Mary e dalla sua intelligenza. Tra i due fu amore a prima vista, ma c'era un problema: Percy era già sposato. Ciononostante, i due lasciarono Londra nel 1814, destando l'amarezza di William Godwin e i pettegolezzi di tutta la città.

Viaggiarono per l'Europa, finché si stabilirono in Svizzera per un breve periodo, ospiti di Lord Byron e John Polidori, anche loro poeti. Fu proprio nella villa del primo a Ginevra che nacque la scintilla da cui sarebbe scaturita la carriera letteraria di Mary. I quattro, una sera, si sfidarono in una gara di composizione di racconti di fantasmi. Durante un sogno, Mary ebbe una visione spettrale, di uno scienziato preso a ridare vita a un cadavere. Grazie a quell'immagine Mary ebbe il protagonista per il suo romanzo: Frankenstein. Un romanzo nuovo, che la letteratura inglese non aveva mai conosciuto prima, arguto e impegnato che tramite il suo protagonista, lo scienziato Viktor Frankenstein, indagava il rapporto tra la Natura e l'uomo, specialmente quando quest'ultimo decideva di sfidare le sue leggi.

Il successo di Frankenstein non fu immediato, ma il riconoscimento arrivò dopo un iniziale senso di sgomento, garantendo a Mary la strada verso la fama e l'eternità.

Una delle cose più particolari di questo libro è il fatto che, oltre a raccontare gli eventi biografici della protagonista, si concentra molto anche sul suo carattere e sugli ambienti da lei frequentati in vita, che spiegano le influenze culturali del suo stile e la scelta audace nel cimentarsi nel romanzo che la rese celebre. Mary Shelley era un'autrice originale, completamente nuova, frizzante, dalle idee rivoluzionarie. I suoi stessi genitori erano personaggi rivoluzionari e lei era cresciuta tra idee liberali e progressiste. Il libro, però, non indaga solo sul suo successo autoriale, ma anche sui suoi sentimenti: la vita di Mary non fu tutta rose e fiori, dal momento che dovette sopportare perdite molto importanti nella sua vita, dalla morte di sua madre a quella del marito Percy e di alcuni dei suoi figli. Questo tuttavia non scalfì il suo carattere; le parole di questo breve saggio mettono l'accento sul suo essere forte, orgogliosa e determinata a camminare a testa alta.

Viene evidenziata come una donna che crebbe con invidiabile dedizione l'unico figlio rimastole, che continuò a portare avanti la scrittura, che non si tirò indietro nemmeno davanti gli ostacoli più grandi. Una scrittrice che trasformò il dolore in una fonte di forza. Un esempio di donna che emerge perfettamente dalle pagine di questo piccolo, ma intenso saggio.

Vorrei aggiungere un complimento sulla cura interna del libro, per la presenza di bellissimi ritratti.

Recensione a cura di Serena




venerdì 22 maggio 2026

[Recensione] "Dell'amore e della rivoluzione" di Eufemia Griffo

 


Immergersi tra le pagine di un romanzo storico è sempre un viaggio nel tempo, ma raramente capita di imbattersi in un’opera come "Dell’Amore e della Rivoluzione" di Eufemia Griffo, scritta così bene da tenere incollati alle pagine fino all'ultimo, senza stancarsi della lettura, senza sentirsi sopraffatti dagli eventi storici. L'autrice ci prende per mano e ci porta nel cuore pulsante e caotico della Rivoluzione Francese, regalandoci un’epopea dove i destini dei singoli si fondono inevitabilmente con la grande Storia.
Il più grande pregio dell'opera risiede nella sua straordinaria e accurata ricerca storica. Eufemia Griffo non si limita a fare da sfondo ai suoi personaggi: dipinge una Parigi settecentesca vivida, ricca di contrasti, odori e tensioni politiche.La ricostruzione degli eventi non risulta mai didascalica o noiosa. Al contrario, lo stile scorrevole e la prosa curata alleggeriscono il peso dei fatti storici, trasformando la cronaca dell'epoca in un quadro dinamico che prende forma spontaneamente nella mente di chi legge.
Al centro della narrazione troviamo una storia d'amore tormentata e potente, un legame viscerale costretto a muoversi tra ostacoli apparentemente insormontabili e decisioni laceranti. Ma l'amore, in queste pagine, non è solo romanticismo. È anche devozione cieca verso i propri ideali, coraggio civile e coerenza morale.I protagonisti, affiancati da una schiera di figure secondarie magistralmente caratterizzate, affrontano un’evoluzione psicologica profonda. La Griffo unisce finzione e realtà con tale naturalezza che, arrivati all'ultima pagina, separarsi da loro lascia addosso quella dolce malinconia tipica dei grandi libri.
Una lettura fluida e mai scontata che consiglio caldamente a tutti gli appassionati del genere e a chiunque voglia riscoprire il passato attraverso la lente dell'emozione pura.
Recensione a cura di Silvia




sabato 9 maggio 2026

[Recensione] Poesie di Trilussa

 

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, è stato uno dei poeti più originali e profondi della letteratura italiana. Nato a Roma, non ebbe grandi risultati scolastici, tuttavia mostrò grande interesse verso la scrittura locale dedicando tutta la sua vita alla poesia, ma in mondo completamente innovativo: ebbe, infatti, la bravura di fondere nei suoi versi satira, umorismo e temi di attualità in un filo conduttore che lo rese unico nel suo genere, la scrittura in romanesco. Trilussa è stato un geniale artigiano della parola, un intellettuale mondano, benché venisse spesso oscurato da altri scrittori più noti, come Gabriele D’Annunzio.

Dedicandosi a varie forme, soprattutto tra il sonetto e la canzone, Trilussa ci ha consegnato un affresco della società del suo tempo (a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento) in modo chiaro e riconoscibile.

Questi volumi raccolgono le sue poesie più belle, molte a scopo edonistico, altre anche per suscitare una riflessione dietro alla risata. Inoltre, una delle caratteristiche più sorprendenti di Trilussa è il fatto che le sue non sono semplici poesie, ma sono delle vere e proprie storie che vedono prendere vita svariati personaggi, che siano persone del popolo, nobili, politici perfino animali e piante e, ognuno di loro discute in un inconfondibile dialetto romanesco le problematiche del tempo con un’ironia scaltra e sottile e, a volte, con fare allusivo.

In questi libri le poesie di Trilussa sono divise in varie sezioni, in cui si parla d’amore, politica, personaggi storici, della corte reale, del Vaticano, di strane abitudini di cittadini altolocati (in una poesia Trilussa parodizza con il racconto su una seduta spiritica) in situazioni spesso paradossali, che si concludono con una battuta a effetto finale, detta fulmen in clausula.


Una di queste è, per esempio, Er leone riconoscente, che racconta di un’improbabile amicizia tra un soldato in Africa e un leone, che decide di premiare l’umano per avergli tolto un ago da una delle sue zampe:

Ner deserto dell' Africa, un Leone

che j' era entrato un ago drento ar piede,

chiamò un Tenente pe' l' operazzione.

- Bravo! - je disse doppo - Io t' aringrazzio:

vedrai che te sarò riconoscente

d' avemme libberato da 'sto strazio;

qual'è er pensiere tuo? d' esse promosso?

Embè, s' io posso te darò 'na mano... -

E in quela notte istessa

mantenne la promessa

più mejo d' un cristiano;

ritornò dar Tenente e disse: - Amico,

la promozzione è certa, e te lo dico

perchè me so magnato er Capitano

La battuta finale non può che strapparci una risata (e anche un po’ di tristezza per il povero Capitano…).

Spesso gli animali diventano per Trilussa un modo velato per rappresentare delle situazioni di politica. Per esempio, il leone diviene spesso un re che invita a un congresso tutti gli animali della giungla eccetto alcuni verso i quali non c’è molta simpatia (di solito è il maiale). Oppure vi è un’altra lirica in cui viene riprodotto un dialogo tra un’aquila e un uomo, in cui il volatile invita il suo interlocutore a riflettere su quanto gli uomini siano piccoli se visti dall’alto.

― L'ommini so' le bestie più ambizziose,

― disse l'Aquila all'Omo ― e tu lo sai;

ma vièttene per aria e poi vedrai

come s'impiccolischeno le cose.

 

Le ville, li palazzi, e li castelli

da lassù sai che so? So' giocarelli.

L'ommini stessi, o principi o scopini,

da lassù sai che so'? Tanti puntini!

 

Da quel'artezza nun distingui mica

er pezzo grosso che se dà importanza:

puro un Sovrano, visto in lontananza,

diventa ciuco come una formica.

 

Vedi quela gran folla aridunata

davanti a quer tribbuno che se sfiata?

È un comizzio, lo so, ma da lontano

so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.

Ognuno dei personaggi, con inconfondibile sarcasmo, tratteggia vari aspetti della società e dell’uomo, talvolta cercando di dare un insegnamento di tipo morale, fatto che avvicina Trilussa al genere della satira.

Credo a tutti gli effetti che Trilussa sia un poeta da riscoprire, da leggere e (perché no?) anche da inserire nei programmi di scuola.

Dietro l’uso sistematico della poesia in romanesco, si nascondeva un vero e proprio genio.

Recensione a cura di Serena.