Goliarda Sapienza è stata una
delle autrici più visionarie e allo stesso tempo controverse del Novecento
italiano. Molti la conoscono come l'autrice de "L'Arte della gioia",
suo romanzo pubblicato postumo da Einaudi, tornato alla ribalta grazie alla
serie TV prodotta per Sky. Per quanto possa essere considerato un libro
affascinante, alcuni lo reputano anche un libro maledetto. Per dedicarsi alla
sua redazione, la Sapienza si ridusse in assoluta povertà e si diede pure a un
furto di una manciata di gioielli per la disperazione di racimolare un po' di
soldi. Peccato che sia stata colta con le mani nel sacco.
"A sirene spiegate (o io
sono diventata una criminale molto importante, o loro -sono quasi le dieci-
hanno solo fretta di tornare alle rispettive case), percorriamo la città che mi
appare più sontuosa e immensa".
Con queste parole, Goliarda
descrisse il tragitto verso il Carcere di Rebibbia, dove fu tradotta in seguito
al furto e le persone a cui si riferisce nell'estratto sono i carabinieri che
la stanno accompagnando. Per Goliarda non erano anni facili, stava
attraversando un periodo difficile, fatto di mancanza di ispirazione e di
tristezza, in cui sembrava che il suo talento da scrittrice non venisse in
qualche modo riconosciuto. Ma la verità era ben diversa: Goliarda era una
scrittrice così alternativa e anticonformista che l'editoria italiana non era
pronta ai suoi romanzi, né lei era tantomeno disposta a farsi
"addomesticare".
Per un po' di tempo, Goliarda
abbandonò la scrittura, finché non venne reclusa in carcere. Fu proprio nella
sua cella, infatti, che sentì nuovamente l'impulso di tornare a prendere una
penna tra le mani e buttare giù alcuni suoi pensieri. Tra il silenzio dei
corridoi occasionalmente interrotto da un disperato "Fatemi uscire!"
nacque così, dall'idea di un semplice sfogo, "L'università di
Rebibbia", un diario in cui fermò su carta il resoconto dei suoi giorni
passati in carcere. Fu proprio in quel periodo che, paradossalmente, Goliarda
ritrovò la voglia di vivere e di riprendere in mano la scrittura con assiduità.
Fu grazie all'amicizia con le altre recluse che riuscì a costruire una nuove
quotidianità, fatta di chiacchiere, confronti, di storie e piccoli momenti. A
molte delle sue nuove amiche, Goliarda attribuì un soprannome per ricordarle,
tra cui "Annunziazione" e "Mamma Roma", spesso entrambe in
lite per avere la compagnia della scrittrice; la "Piccola James Dean"
per ricordare una ragazza solita ad aggirarsi per il carcere con un paio
ricorrente di jeans; "Suzie Whong" per una donna cinese di cui non
conobbe il vero nome. Rebibbia era piena di persone da tutto il mondo, come se fosse una sorta di Università internazionale. Tra tutte loro, però, ce ne furono due a risaltare
particolarmente: Roberta e Barbara.
Furono le amiche che più le sono
vicine e con le quali nacque un rapporto più familiare, quasi di sorellanza, quello
che maggiormente portò Goliarda a riconquistare la voglia di tornare a vivere.
Il periodo del carcere, che
potrebbe essere immaginato come un periodo buio o triste, viene qui raccontato
dall'autrice come se fosse qualcosa di divertente, con un linguaggio ironico
attraverso il quale Goliarda esprime i suoi pensieri ad alta voce, talvolta
senza accorgersene.
L'ironia è il motivo che rende il
libro leggero e scorrevole, che ha portato Goliarda fuori dal carcere (pur
essendoci dentro), sulle nostre librerie.
Credo, a proposito, che Goliarda
Sapienza sia un'autrice da riscoprire, così alternativa e ribelle da
guadagnarsi un posto a parte negli scaffali delle librerie. Un'autrice diversa
da altri, ma che nel suo "essere diversa" è incredibilmente affascinante.
Recensione a cura di Serena
⭐⭐⭐⭐

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