Ogni 27 gennaio si ricordano le vittime della Shoah nei campi
di concentramento e, come ben sapete, vi propongo sempre una lettura per
approfondire la storia per cui questa giornata è stata istituita.
Quest’anno vi parlerò di un libro diverso dai soliti, non si
tratta di un’opera di narrativa, ma di un saggio che esplora la vita all’interno
dei campi di concentramento attraverso le lingue e le parole dei deportati. Per
questo motivo Leonardo Zanchi, dottorando presso l’Università per Stranieri di
Siena, ha scritto “Domani mattina: La memoria nelle parole dei lager nazisti”.
Il libro è una preziosissima testimonianza che deriva da uno studio molto
approfondito e dal racconto del nonno dell’autore, Bonifacio Ravasio, deportato
politico nel lager di Bunchenwald dove giunse il 3 agosto 1944 poco più che
diciassettenne, come è scritto nei ringraziamenti.
Nel volume sono infatti riportate moltissime testimonianze di
deportati sopravvissuti, con una particolare attenzione a Primo Leivi e al “Libro
della Shoah italiana” di Marcello Pezzetti, un’opera che raccoglie più di cento
testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento.
Il libro si divide in tre sezioni. La prima descrive l’incontro
dei deportati nei lager tedeschi con la nuova lingua. Il primo incontro si
rivela crudo, sia a livello interpersonale che linguistico: la freddezza dei
soldati si riflette, infatti, anche nei loro modi di parlare. Ogni deportato
non è considerato come una persona, ma come stück, ovvero come un oggetto, un pezzo. Questo
è quello che viene riportato in
merito a una testimonianza di Primo Levi. È così che comincia un processo di
deumanizzazione e omologazione brutale a cui seguono lo smistamento nelle
baracche e la divisione del lavoro, la rasatura dei capelli, la distribuzione
dei vestiti e il tatuaggio del numero.
Proprio quel numero sul braccio rappresenta, per i deportati,
una nuova identità. Loro non hanno più un nome, ma sono diventati
improvvisamente un numero, un Häftling. Per fare un esempio, secondo una testimonianza
di Liliana Segre nel Libro della Shoah italiana, il suo numero sarebbe stato 75190.
A questo punto c’è un’altra regola fondamentale per sopravvivere
nei lager: rispettare la gerarchia e le loro parole, quelle che feriscono più
nel profondo (oggetto di studio della seconda parte del libro). Per questo
motivo, Primo Levi scrive in “Se questo è un uomo” che i deportati si
limitavano a rispondere jawohl per affermare di aver inteso gli ordini
dei soldati, del loro Kapo. Quindi le giornate nei lager si susseguono
tra lavori estenuanti, sofferenza e
morte, in una Babele dove dominano i soprusi e il terrore.
I lager pullulano di persone di nazionalità diverse e altrettanto
diverse lingue vengono parlate (questo giustifica anche il fatto che venissero utilizzate parole di lingue differenti). Capitava che i deportati italiani si parlassero
nei loro dialetti oppure che i sacerdoti deportati (poiché si erano apposti al
regime fascista) utilizzassero il latino per comprendersi.
Nonostante il processo di deumanizzazione che prendeva avvio
nei lager, ciò che i deportati non dimenticarono mai fu proprio la loro umanità
e la loro provenienza, con la speranza di tornare a casa.
Il libro di Leonardo Zanchi mi ha permesso di compiere un
vero e proprio viaggio articolato su vari livelli: un primo da un punto di vista
linguistico, portandomi a conoscere le varie forme di linguaggio e
comunicazione tra i deportati e il significato dietro le parole più
significativo. Ogni parola riporta un’analisi talmente accurata che mi ha quasi
concesso di immaginare l’orrore dei lager.
Non si tratta, però, solo di un libro di lingua. No, questo è
molto di più. È anche un libro di storia, una testimonianza- come ho scritto
prima- che, a sua volta, riporta molte altre testimonianze al fine di custodire
la memoria di un terribile momento storico che necessita tutt’oggi di un’adeguata
sensibilizzazione e che non dev’essere dimenticato.
Recensione a cura di Serena
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