venerdì 22 maggio 2026
[Recensione] "Dell'amore e della rivoluzione" di Eufemia Griffo
sabato 9 maggio 2026
[Recensione] Poesie di Trilussa
Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, è stato uno dei
poeti più originali e profondi della letteratura italiana. Nato a Roma, non
ebbe grandi risultati scolastici, tuttavia mostrò grande interesse verso la
scrittura locale dedicando tutta la sua vita alla poesia, ma in mondo
completamente innovativo: ebbe, infatti, la bravura di fondere nei suoi versi
satira, umorismo e temi di attualità in un filo conduttore che lo rese unico
nel suo genere, la scrittura in romanesco. Trilussa è stato un geniale
artigiano della parola, un intellettuale mondano, benché venisse spesso
oscurato da altri scrittori più noti, come Gabriele D’Annunzio.
Dedicandosi a varie forme, soprattutto tra il sonetto e la
canzone, Trilussa ci ha consegnato un affresco della società del suo tempo (a
cavallo tra l’Ottocento e il Novecento) in modo chiaro e riconoscibile.
Questi volumi raccolgono le sue poesie più belle, molte a
scopo edonistico, altre anche per suscitare una riflessione dietro alla risata.
Inoltre, una delle caratteristiche più sorprendenti di Trilussa è il fatto che
le sue non sono semplici poesie, ma sono delle vere e proprie storie che vedono
prendere vita svariati personaggi, che siano persone del popolo, nobili,
politici perfino animali e piante e, ognuno di loro discute in un inconfondibile
dialetto romanesco le problematiche del tempo con un’ironia scaltra e sottile
e, a volte, con fare allusivo.
In questi libri le poesie di Trilussa sono divise in varie
sezioni, in cui si parla d’amore, politica, personaggi storici, della corte
reale, del Vaticano, di strane abitudini di cittadini altolocati (in una poesia
Trilussa parodizza con il racconto su una seduta spiritica) in situazioni
spesso paradossali, che si concludono con una battuta a effetto finale, detta
fulmen in clausula.
Una di queste è, per esempio, Er leone riconoscente, che
racconta di un’improbabile amicizia tra un soldato in Africa e un leone, che
decide di premiare l’umano per avergli tolto un ago da una delle sue zampe:
Ner deserto dell' Africa, un Leone
che j' era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe' l' operazzione.
- Bravo! - je disse doppo - Io t' aringrazzio:
vedrai che te sarò riconoscente
d' avemme libberato da 'sto strazio;
qual'è er pensiere tuo? d' esse promosso?
Embè, s' io posso te darò 'na mano... -
E in quela notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d' un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: - Amico,
la promozzione è certa, e te lo dico
perchè me so magnato er Capitano
La battuta finale non può che strapparci una risata (e anche
un po’ di tristezza per il povero Capitano…).
Spesso gli animali diventano per Trilussa un modo velato per
rappresentare delle situazioni di politica. Per esempio, il leone diviene
spesso un re che invita a un congresso tutti gli animali della giungla eccetto
alcuni verso i quali non c’è molta simpatia (di solito è il maiale). Oppure vi
è un’altra lirica in cui viene riprodotto un dialogo tra un’aquila e un uomo,
in cui il volatile invita il suo interlocutore a riflettere su quanto gli uomini
siano piccoli se visti dall’alto.
― L'ommini so' le bestie più ambizziose,
― disse l'Aquila all'Omo ― e tu lo sai;
ma vièttene per aria e poi vedrai
come s'impiccolischeno le cose.
Le ville, li palazzi, e li castelli
da lassù sai che so? So' giocarelli.
L'ommini stessi, o principi o scopini,
da lassù sai che so'? Tanti puntini!
Da quel'artezza nun distingui mica
er pezzo grosso che se dà importanza:
puro un Sovrano, visto in lontananza,
diventa ciuco come una formica.
Vedi quela gran folla aridunata
davanti a quer tribbuno che se sfiata?
È un comizzio, lo so, ma da lontano
so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.
Ognuno dei personaggi, con inconfondibile sarcasmo,
tratteggia vari aspetti della società e dell’uomo, talvolta cercando di dare un
insegnamento di tipo morale, fatto che avvicina Trilussa al genere della
satira.
Credo a tutti gli effetti che Trilussa sia un poeta da
riscoprire, da leggere e (perché no?) anche da inserire nei programmi di
scuola.
Dietro l’uso sistematico della poesia in romanesco, si
nascondeva un vero e proprio genio.
Recensione a cura di Serena.
venerdì 24 aprile 2026
[Recensione] "L'Università di Rebibbia" di Goliarda Sapienza
Goliarda Sapienza è stata una
delle autrici più visionarie e allo stesso tempo controverse del Novecento
italiano. Molti la conoscono come l'autrice de "L'Arte della gioia",
suo romanzo pubblicato postumo da Einaudi, tornato alla ribalta grazie alla
serie TV prodotta per Sky. Per quanto possa essere considerato un libro
affascinante, alcuni lo reputano anche un libro maledetto. Per dedicarsi alla
sua redazione, la Sapienza si ridusse in assoluta povertà e si diede pure a un
furto di una manciata di gioielli per la disperazione di racimolare un po' di
soldi. Peccato che sia stata colta con le mani nel sacco.
"A sirene spiegate (o io
sono diventata una criminale molto importante, o loro -sono quasi le dieci-
hanno solo fretta di tornare alle rispettive case), percorriamo la città che mi
appare più sontuosa e immensa".
Con queste parole, Goliarda
descrisse il tragitto verso il Carcere di Rebibbia, dove fu tradotta in seguito
al furto e le persone a cui si riferisce nell'estratto sono i carabinieri che
la stanno accompagnando. Per Goliarda non erano anni facili, stava
attraversando un periodo difficile, fatto di mancanza di ispirazione e di
tristezza, in cui sembrava che il suo talento da scrittrice non venisse in
qualche modo riconosciuto. Ma la verità era ben diversa: Goliarda era una
scrittrice così alternativa e anticonformista che l'editoria italiana non era
pronta ai suoi romanzi, né lei era tantomeno disposta a farsi
"addomesticare".
Per un po' di tempo, Goliarda
abbandonò la scrittura, finché non venne reclusa in carcere. Fu proprio nella
sua cella, infatti, che sentì nuovamente l'impulso di tornare a prendere una
penna tra le mani e buttare giù alcuni suoi pensieri. Tra il silenzio dei
corridoi occasionalmente interrotto da un disperato "Fatemi uscire!"
nacque così, dall'idea di un semplice sfogo, "L'università di
Rebibbia", un diario in cui fermò su carta il resoconto dei suoi giorni
passati in carcere. Fu proprio in quel periodo che, paradossalmente, Goliarda
ritrovò la voglia di vivere e di riprendere in mano la scrittura con assiduità.
Fu grazie all'amicizia con le altre recluse che riuscì a costruire una nuove
quotidianità, fatta di chiacchiere, confronti, di storie e piccoli momenti. A
molte delle sue nuove amiche, Goliarda attribuì un soprannome per ricordarle,
tra cui "Annunziazione" e "Mamma Roma", spesso entrambe in
lite per avere la compagnia della scrittrice; la "Piccola James Dean"
per ricordare una ragazza solita ad aggirarsi per il carcere con un paio
ricorrente di jeans; "Suzie Whong" per una donna cinese di cui non
conobbe il vero nome. Rebibbia era piena di persone da tutto il mondo, come se fosse una sorta di Università internazionale. Tra tutte loro, però, ce ne furono due a risaltare
particolarmente: Roberta e Barbara.
Furono le amiche che più le sono
vicine e con le quali nacque un rapporto più familiare, quasi di sorellanza, quello
che maggiormente portò Goliarda a riconquistare la voglia di tornare a vivere.
Il periodo del carcere, che
potrebbe essere immaginato come un periodo buio o triste, viene qui raccontato
dall'autrice come se fosse qualcosa di divertente, con un linguaggio ironico
attraverso il quale Goliarda esprime i suoi pensieri ad alta voce, talvolta
senza accorgersene.
L'ironia è il motivo che rende il
libro leggero e scorrevole, che ha portato Goliarda fuori dal carcere (pur
essendoci dentro), sulle nostre librerie.
Credo, a proposito, che Goliarda
Sapienza sia un'autrice da riscoprire, così alternativa e ribelle da
guadagnarsi un posto a parte negli scaffali delle librerie. Un'autrice diversa
da altri, ma che nel suo "essere diversa" è incredibilmente affascinante.
Recensione a cura di Serena
⭐⭐⭐⭐
domenica 8 marzo 2026
[Recensione] "Donne geniali che hanno fatto la storia" di Sebastiano Barcaroli e Giulia Tomai
martedì 17 febbraio 2026
[Recensione] "Una volta ho visto un gatto" di Silvia Grazzi
Per la Giornata nazionale del gatto, oggi vi propongo “Una
volta ho visto un gatto” di Silvia Grazzi, edito Caissa Editore.
Il libro si apre con una premessa sui gatti tigrati che
comunemente chiamiamo “europei”. Vi capita mai di immaginare la storia dietro
ognuno di quei gatti? Questo è il quesito a cui risponde l’autrice parlandoci
del felino protagonista, Artù. Il nostro protagonista micino viene adottato da
una coppia insieme a un’altra gattina, Elettra.
Un giorno, curioso di sapere come sia il mondo esterno,
decide di concedersi un’avventura saltando giù dal balcone di casa e dirigendosi
verso l’area boscosa lì vicino. Tuttavia la sua permanenza nel bosco viene
prolungata da un’esibizione di fuochi d’artificio che costringe il micio a
trattenersi nell’area verde più del dovuto.
Poco tempo dopo, si reca alla diga dove si imbatte in Nerone,
un imponente gattone nero con cui stringe una salda amicizia. Sarà proprio
Nerone a insegnargli le regole per la sopravvivenza in natura e per stingere
dei rapporti di fiducia con altri animali del bosco.
Artù accetta e apprezza la sua nuova vita, tuffandosi ogni
volta a capofitto in nuove avventure: conoscerà infatti la volpe Santiago, il
saggio e anziano pipistrello Spino, il picchio Puc, il gabbiano Jobbececk da
cui prenderà anche lezioni di volo, il passaparola dell’ora della rugiada (un
momento della sera in cui è concesso ai vari animali del bosco di comunicare
tra loro) e il gran consiglio delle cocorite un po’ pettegole.
La storia si racconta con l’andamento veloce e leggero di una
fiaba. Non si tratta, tuttavia, solo di un semplice libro per bambini, ma anche
di una lettura che tratta tematiche come il rispetto della natura e degli
animali. Vi è, per esempio, un passaggio di critica contro la caccia alle
volpi: quando Nerone e Artù si trovano a parlare di Santiago, infatti, il primo
racconterà che la sua famigliola è stata presa da un gruppo di bracconieri e
che il volpacchiotto è l’unico sopravvissuto; si parla anche della costruzione
di una ferrovia, per cui è stata eliminata una parte del bosco.
È anche una storia di amicizia molto divertente: seppure
Nerone insegni ad Artù alcune tecniche di caccia e questi tenti più volte di
prendere un tordo, il volatile riesce sempre a farla franca.
È interessante, inoltre, notare come ogni animale viene
caratterizzato come fosse un personaggio. Ognuno, infatti, ha delle specifiche caratteristiche
ed è in grado di provare dei sentimenti. Artù è un protagonista tenero, curioso
e desideroso di imparare molte cose dalla natura, Nerone un maestro consigliere
fidato, il bassotto Tarcisio un attento osservatore, la dolce Elettra una buona
micia da compagnia, il tordo un abile fuggitivo. Alla fine del libro, inoltre, Artù
si troverà di fronte a un bivio: tornare tra le comodità di casa o continuare a
vivere in natura?
Una dolcissima storia da leggere in compagnia del vostro
amico felino!
sabato 14 febbraio 2026
[Recensione] "L'ultimo giro di giostra" di Roberto Tauro
"L’ULTIMO GIRO DI GIOSTRA" è il
volume di chiusura, dopo “TESTIMONE MUTO” e KUTAFAKARI della trilogia di
raccolte di sillogi poetiche del professor Roberto Tauro.
L’opera si apre con la citazione
di Oscar Wilde, tratta dal “Ritratto di Dorian Gray” quantomai attuale: “Viviamo
in un mondo dove le cose superflue sono le nostre uniche necessità”. La
prima cosa che mi viene in mente dopo questa citazione è il telefono cellulare,
del quale non riusciamo più a privarci nemmeno per pochi istanti.
La raccolta, come le precedenti, è
divisa in sezioni (tre in questo caso) che inquadrano le composizioni secondo
le loro caratteristiche; ORME, RIME e infine MAGISTERO.
Nella prima sezione troviamo
molti ricordi legati alle stagioni della vita dell’autore: si comincia con la
bellissima “La nevicata del ‘56” in cui con maestria vengono descritti i
sentimenti dell’autore bambino che alterna la gioia per l’abbondante nevicata,
all’apprensione per il perdurare della stessa, con le difficoltà pratiche che
essa comportava negli spostamenti per reperire cibo o legna per il
riscaldamento e alla fine con il sollievo per la fine della nevicata dopo tre
settimane.
Molto bella “Leo” il
ricordo del Bracco italiano di famiglia, utilizzato nella caccia a pernici e
fagiani, che avanti negli anni accettava le coccole che nel pieno del vigore
non gradiva eccessivamente. Lo sguardo triste del cane è lo stesso che
conosciamo noi nei nostri amici quadrupedi.
Notevole “Immota Manet” dedicata
all’Aquila città natale dell’autore, ferita dal terremoto.
I luoghi cari tornano in “Cavalcando
in laguna”, omaggio alla laguna dello Stagnone di Marsala dai paesaggi
ineguagliabili.
Nella sezione RIME emergono “Ipocrisia”
e “Sensi unici” nella quale si riescono quasi a percepire gli odori delle
tamerici e quello delicato della rosa e, i fichi e le susine appaiono così
succulente da far venire la voglia di coglierli e assaporarli. Molto dolce
l’immagine del bambino che si cinge al collo della mamma e di lei che se lo
stringe al petto.
Ne “L’uovo e la gallina”
l’autore riesce finalmente a chiarire il mistero, riuscendo dove ancora non era
riuscito nessuno, come sempre alternando il suo spirito ironico ai componimenti
più impegnati; al lettore non resta che acquistare l’opera e in questo modo,
oltre a godere della bellezza dei componimenti vedrà risolvere anche questo
arcano mistero.
Passando all’ultima sezione
MAGISTERO troviamo la struggente silloge “In memoriam Annae” dedicata ad
Anna Frank. La natura religiosa permea l’opera “Stabat Mater” che ritrae
Maria sotto la Croce alcuni istanti dopo il dramma della crocifissione,
I miti Greci trovano il loro
spazio in “Un regalo malfido” mentre la riflessiva “Alexandros” è un omaggio al grande
condottiero Alessandro Magno.
Come nelle precedenti raccolte,
anche qui troviamo i temi cari all’autore: gli affetti, la nostalgia, i luoghi
cari, le persone care, gli incontri fatti nell’arco di una vita, le molte
esperienze vissute, le passioni, gli studi, i miti.
Ogni silloge è un viaggio che
accompagna il lettore verso una meta diversa, scuotendo ora la coscienza,
spingendo alla riflessione, o provocando delle sane risate, commuovendo,
accompagnando talvolta il lettore nel passato o in luoghi meravigliosi. Non
resta che sfogliare le pagine, senza soluzione di continuità ed affrontare questi
molteplici e meravigliosi viaggi.
5 stelle meritatissime!
martedì 27 gennaio 2026
[Recensione] "Domani mattina: La memoria nelle parole dei lager nazisti" di Leonardo Zanchi
Ogni 27 gennaio si ricordano le vittime della Shoah nei campi
di concentramento e, come ben sapete, vi propongo sempre una lettura per
approfondire la storia per cui questa giornata è stata istituita.
Quest’anno vi parlerò di un libro diverso dai soliti, non si
tratta di un’opera di narrativa, ma di un saggio che esplora la vita all’interno
dei campi di concentramento attraverso le lingue e le parole dei deportati. Per
questo motivo Leonardo Zanchi, dottorando presso l’Università per Stranieri di
Siena, ha scritto “Domani mattina: La memoria nelle parole dei lager nazisti”.
Il libro è una preziosissima testimonianza che deriva da uno studio molto
approfondito e dal racconto del nonno dell’autore, Bonifacio Ravasio, deportato
politico nel lager di Bunchenwald dove giunse il 3 agosto 1944 poco più che
diciassettenne, come è scritto nei ringraziamenti.
Nel volume sono infatti riportate moltissime testimonianze di
deportati sopravvissuti, con una particolare attenzione a Primo Leivi e al “Libro
della Shoah italiana” di Marcello Pezzetti, un’opera che raccoglie più di cento
testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento.
Il libro si divide in tre sezioni. La prima descrive l’incontro
dei deportati nei lager tedeschi con la nuova lingua. Il primo incontro si
rivela crudo, sia a livello interpersonale che linguistico: la freddezza dei
soldati si riflette, infatti, anche nei loro modi di parlare. Ogni deportato
non è considerato come una persona, ma come stück, ovvero come un oggetto, un pezzo. Questo
è quello che viene riportato in
merito a una testimonianza di Primo Levi. È così che comincia un processo di
deumanizzazione e omologazione brutale a cui seguono lo smistamento nelle
baracche e la divisione del lavoro, la rasatura dei capelli, la distribuzione
dei vestiti e il tatuaggio del numero.
Proprio quel numero sul braccio rappresenta, per i deportati,
una nuova identità. Loro non hanno più un nome, ma sono diventati
improvvisamente un numero, un Häftling. Per fare un esempio, secondo una testimonianza
di Liliana Segre nel Libro della Shoah italiana, il suo numero sarebbe stato 75190.
A questo punto c’è un’altra regola fondamentale per sopravvivere
nei lager: rispettare la gerarchia e le loro parole, quelle che feriscono più
nel profondo (oggetto di studio della seconda parte del libro). Per questo
motivo, Primo Levi scrive in “Se questo è un uomo” che i deportati si
limitavano a rispondere jawohl per affermare di aver inteso gli ordini
dei soldati, del loro Kapo. Quindi le giornate nei lager si susseguono
tra lavori estenuanti, sofferenza e
morte, in una Babele dove dominano i soprusi e il terrore.
I lager pullulano di persone di nazionalità diverse e altrettanto
diverse lingue vengono parlate (questo giustifica anche il fatto che venissero utilizzate parole di lingue differenti). Capitava che i deportati italiani si parlassero
nei loro dialetti oppure che i sacerdoti deportati (poiché si erano apposti al
regime fascista) utilizzassero il latino per comprendersi.
Nonostante il processo di deumanizzazione che prendeva avvio
nei lager, ciò che i deportati non dimenticarono mai fu proprio la loro umanità
e la loro provenienza, con la speranza di tornare a casa.
Il libro di Leonardo Zanchi mi ha permesso di compiere un
vero e proprio viaggio articolato su vari livelli: un primo da un punto di vista
linguistico, portandomi a conoscere le varie forme di linguaggio e
comunicazione tra i deportati e il significato dietro le parole più
significativo. Ogni parola riporta un’analisi talmente accurata che mi ha quasi
concesso di immaginare l’orrore dei lager.
Non si tratta, però, solo di un libro di lingua. No, questo è
molto di più. È anche un libro di storia, una testimonianza- come ho scritto
prima- che, a sua volta, riporta molte altre testimonianze al fine di custodire
la memoria di un terribile momento storico che necessita tutt’oggi di un’adeguata
sensibilizzazione e che non dev’essere dimenticato.
Recensione a cura di Serena



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