Sabato scorso, sono andata finalmente al cinema a vedere
l’Odissea di Christopher Nolan, un film intenso, affascinante, avvincente,
epico proprio come il poema omerico da cui è tratto.
Il film inizia con una scena estremamente evocativa: un aedo
(interpretato da Travis Scott) racconta una storia che ha per protagonista
una guerra, un uomo, un pensiero, un inganno e una moglie (per dirlo con le
sue esatte parole). Ha appena introdotto in poche parole i nuclei tematici
dell’Odissea. La Guerra di Troia è ormai un lontano ricordo, tutti i capi
dell’esercito greco sono tornati in patria, tra cui Agamennone (Benny Safdie) e
Menelao (Jon Bernthal), che è riuscito a riportare a Sparta la moglie Elena (Lupita
Nyong'o). A Itaca, da vent’anni, si attende il ritorno del suo sovrano Odisseo
(Matt Damon). Ormai il palazzo reale è stato invaso dai proci, dei disgustosi
pretendenti che, guidati dal perfido Antinoo (Robert Pattison), sperano di
ottenere la mano della bella Penelope (Anne Hathaway), in attesa del ritorno
dell’amato marito. Ogni notte si impegna a tessere e scucire la tela destinata
al sudario del suocero, con lo scopo di impedire un matrimonio affrettato.
Accanto a lei ci sono Argo, il fidato e anziano cane di Odisseo, il capraio
Eumeo e Telemaco (Tom Holland), il figlio che il re ha lasciato quando era
molto piccolo per andare a combattere a Troia. Questi, a sua volta, ha deciso
di andare per mare per avere notizie da suo padre, dirigendosi da Menelao.
Nel frattempo Odisseo si trova a Ogigia, dove la ninfa
Calipso (Charlize Theron) lo tiene in ostaggio, e iniziano a riaffiorare delle
immagini dal passato nella sua mente: ricorda di aver contribuito alla vittoria
greca della guerra di Troia, distrutta in fiamme, con il trucco del maestoso
cavallo di legno (ideato con il defunto Sinone, interpretato nel film da Elliot
Page) e di essersi imbarcato in un viaggio di ritorno verso Itaca, ostacolato
da numerosi scontri spesso armati. È omesso il periodo passato sull’isola dei
Feaci, infatti non appare Nausicaa.
Nel film mancano alcune parti del poema, probabilmente per
motivi di durata, ma in questa recensione voglio concentrarmi su ciò che c’è.
Il primo punto che salta all’occhio è sicuramente l’interpretazione superlativa
di Matt Damon: fin dal racconto dell’aedo, viene messo al centro l’uomo; nel
proemio greco, infatti, la prima parola è proprio Ἂνδρα,
che vuol dire uomo. Odisseo (Ulisse nella versione italiana) è, infatti,
un eroe astuto, dotato di intelletto e scaltrezza nel combattere (molte scene
di battaglia, infatti, sono sulle sue spalle), ma si mostra anche nella sua
fragilità umana, ormai distrutto e stanco di mettere la sua intelligenza al
servizio di una guerra che è andata avanti per dieci anni, desideroso più che
mai di tornare a casa e riabbracciare l’amata moglie e il figlio che del padre
non ha alcun ricordo.
A tal proposito,
desidero esprimere un parere proprio su questi personaggi. Penelope è
interpretata da Anne Hathaway, che è riuscita a dipingere la regina di Itaca come
una donna di grande forza interiore. La sua interpretazione mette insieme
speranza, resilienza e spirito materno nei confronti del giovane Telemaco.
Riesce a fondere perfettamente le sue tre anime: quella di regina, impegnata a
regnare con equilibrio su un trono vacante nell’attesa del ritorno dei suo
sovrano; quella di donna, determinata a non cedere la mano ad altri
pretendenti, preservando così la sua dignità, caparbietà e fedeltà; e quella di
madre, che continua a essere un punto di riferimento per il figlio. Una magistrale
interpretazione di Penelope nel modo più naturale possibile. Altrettanto
struggente è l’interpretazione di Calipso (Charlize Theron), non solo una ninfa
innamorata di uno straniero, ma anche una donna che capisce di dover lasciare
andare un uomo che non le appartiene.
Nel film sono presenti
anche dei piccoli sipari tra la madre e il figlio, in cui Penelope racconta a
Telemaco di suo padre, dimostrando di saperlo riconoscere in ogni dettaglio,
soprattutto dal modo in cui era solito scoccare la freccia dal suo arco.
Proprio questo, è il particolare più significativo del film, nella scena del
riconoscimento finale.
Anche Tom Holland ha
dato un’interpretazione di Telemaco che mi è piaciuta molto. Non si tratta più
dell’adolescente con lo sguardo un po’ disperso di Spiderman, ma di un giovane
uomo che mostra curiosità, interesse e coraggio nella decisione di andare per
mare alla ricerca del padre. A tal proposito, Nolan ha evidenziato la sua
crescita interiore sia attraverso la capacità di relazionarsi con altri
personaggi che attraverso la capacità di combattere, che lo accomuna al padre.
A pensarci meglio, questo è un tema comune sia alla letteratura greca che a
quella romana: la maturazione di un personaggio attraverso un iter qualsiasi,
guidato dalla sua curiosità. All’inizio del film, Telemaco è un adolescente,
alla fine un uomo pronto a succedere il padre sul trono di Itaca.
A ostacolarlo c’è
Antinoo, un uomo perverso e senza scrupoli, determinato a prendere il trono e a
mandare in esilio il giovane Telemaco. Antinoo è interpretato da Robert
Pattison, anch’egli ormai lontano da Edward di Twilight, che lo ha
rappresentato in tutta la sua crudeltà, rendendolo un antagonista con
l’iniziale maiuscola. Di Antinoo sono accentuati il suo essere viscido,
bugiardo e, soprattutto codardo durante lo scontro finale di Odisseo contro i
Proci. È lui che dà i comandi, ma lascia che siano gli altri a morire prima di
lui.
Mi è piaciuta molto
anche Samantha Morton nei panni di Circe: è riuscita a conferire alla maga
l’immagine di una donna più umana, verace, che ha dovuto imparare nel tempo a
sopravvivere con l’arte dei suoi incantesimi. Una donna che nei primi istanti
può sembrare inquietante, ma finisce per rivelarsi agli occhi di Odisseo nella
sua sensibilità e fragilità. Ciononostante, è omessa la relazione tra i due.
Nel film non sono
presenti le divinità, eccetto una: Atena, interpretata da Zendaya, che però
continua a mantenere un ruolo abbastanza marginale che la fa apparire come un
monito di coscienza interiore, piuttosto che come una guida per l’eroe greco.
Lo stesso discorso si può riferire a Sinone, mi sarebbe piaciuto fosse stato
più partecipe, invece la sua uscita di scena mi è sembrata un po’ frettolosa.
Inoltre, mi piacerebbe
spendere alcune parole anche sull’uso del CGI (ovvero sull’uso della correzione
al computer). Nolan ha sempre specificato di voler limitarne l’utilizzo per
rendere alcune scene più realistiche possibile: e ciò gli è riuscito davvero
benissimo. Scene come lo scontro con Polifemo, la trasformazione degli uomini
di Odisseo in maiali, la battaglia con Scilla e Cariddi e quella contro i
Lestrigoni sono davvero impressionanti e assorbono perfettamente il pubblico.
Il film dura circa tre ore, ma è riuscito a tenermi incollata allo schermo, non
c’è stato un minuto in cui la mia attenzione è mancata.
È molto suggestiva l’ambientazione:
da siciliana, infatti, ho molto gradito il fatto che Nolan abbia scelto isole
come Favignana o le Eolie per girare il film e rendere scene di navigazione e
battaglia ancor più vere. E vi assicuro che vedere il film girato a pochi
chilometri da casa fa anche un certo effetto.
Non mancano sipari di
grande emotività: mi riferisco all’adozione di Argo e all’ultimo saluto a
Odisseo, aspettato per vent’anni con le ultime forze rimaste, e soprattutto al
ricongiungimento tra il protagonista e Penelope. Non posso negare che in quel
momento mi è scappata qualche lacrima.
La sceneggiatura,
inoltre, mi è sembrata molto fedele ai valori portanti della società greca
arcaica, quali il vincolo dell’ospitalità e delle leggi di Zeus (come dare una
sepoltura ai morti e i sacrifici in favore degli dei, l’accoglienza dello
straniero e il rispetto verso chi ospita). Tali concetti, infatti, vengono
spesso ribaditi per bocca del protagonista. Questo rende il film ancora più
credibile e, soprattutto, lo rende un meraviglioso copione adattabile a
Odisseo, eroe tragico, circondato dall’orchestra dei suoi compagni e del poema
che porta il suo nome.
Recensione a cura di Serena










