mercoledì 27 maggio 2026

[Recensione] "Figlia della tempesta: Vita e ispirazioni di Mary Shelley", testi di Elisa Serra

 

Eccoci oggi con la recensione del primo libro che ho preso al Salone Internazionale del libro di Torino 2026. Si tratta di un piccolo gioiello che riassume in pochissime pagine la vita di una delle scrittrici più originali e ingegnose di sempre: Mary Shelley.

Mary nacque il 30 agosto 1797 a Londra dall'unione del filosofo radicale William Godwin, molto in vista negli ambienti culturali della capitale britannica, e di Mary Wollstonecraft, prima femminista della storia e promotrice di ideali di emancipazione, che morì poco dopo il parto. Sebbene Mary non avesse conosciuto sua madre, in realtà la sua presenza sembrò farsi sentire molto forte nella sua vita, a tal punto da recarsi quotidianamente presso la sua sepoltura a leggere o a scrivere. Le idee di Mary Wollstonecraft, anche in silenzio, plasmarono la figlia rendendola una ragazza forte e determinata. Mary crebbe a casa del padre, che era un vero e proprio circolo di intellettuali, dove avvenne la sua formazione culturale. Divenne una giovane donna molto colta e capace di condurre un dibattito su varie materie tra letteratura, politica, scienze e cronaca. Crebbe destando l'ammirazione degli intellettuali contemporanei, tra questi il poeta Percy Bysshe Shelley, che rimase completamente ammaliato dalla bella Mary e dalla sua intelligenza. Tra i due fu amore a prima vista, ma c'era un problema: Percy era già sposato. Ciononostante, i due lasciarono Londra nel 1814, destando l'amarezza di William Godwin e i pettegolezzi di tutta la città.

Viaggiarono per l'Europa, finché si stabilirono in Svizzera per un breve periodo, ospiti di Lord Byron e John Polidori, anche loro poeti. Fu proprio nella villa del primo a Ginevra che nacque la scintilla da cui sarebbe scaturita la carriera letteraria di Mary. I quattro, una sera, si sfidarono in una gara di composizione di racconti di fantasmi. Durante un sogno, Mary ebbe una visione spettrale, di uno scienziato preso a ridare vita a un cadavere. Grazie a quell'immagine Mary ebbe il protagonista per il suo romanzo: Frankenstein. Un romanzo nuovo, che la letteratura inglese non aveva mai conosciuto prima, arguto e impegnato che tramite il suo protagonista, lo scienziato Viktor Frankenstein, indagava il rapporto tra la Natura e l'uomo, specialmente quando quest'ultimo decideva di sfidare le sue leggi.

Il successo di Frankenstein non fu immediato, ma il riconoscimento arrivò dopo un iniziale senso di sgomento, garantendo a Mary la strada verso la fama e l'eternità.

Una delle cose più particolari di questo libro è il fatto che, oltre a raccontare gli eventi biografici della protagonista, si concentra molto anche sul suo carattere e sugli ambienti da lei frequentati in vita, che spiegano le influenze culturali del suo stile e la scelta audace nel cimentarsi nel romanzo che la rese celebre. Mary Shelley era un'autrice originale, completamente nuova, frizzante, dalle idee rivoluzionarie. I suoi stessi genitori erano personaggi rivoluzionari e lei era cresciuta tra idee liberali e progressiste. Il libro, però, non indaga solo sul suo successo autoriale, ma anche sui suoi sentimenti: la vita di Mary non fu tutta rose e fiori, dal momento che dovette sopportare perdite molto importanti nella sua vita, dalla morte di sua madre a quella del marito Percy e di alcuni dei suoi figli. Questo tuttavia non scalfì il suo carattere; le parole di questo breve saggio mettono l'accento sul suo essere forte, orgogliosa e determinata a camminare a testa alta.

Viene evidenziata come una donna che crebbe con invidiabile dedizione l'unico figlio rimastole, che continuò a portare avanti la scrittura, che non si tirò indietro nemmeno davanti gli ostacoli più grandi. Una scrittrice che trasformò il dolore in una fonte di forza. Un esempio di donna che emerge perfettamente dalle pagine di questo piccolo, ma intenso saggio.

Vorrei aggiungere un complimento sulla cura interna del libro, per la presenza di bellissimi ritratti.

Recensione a cura di Serena




venerdì 22 maggio 2026

[Recensione] "Dell'amore e della rivoluzione" di Eufemia Griffo

 


Immergersi tra le pagine di un romanzo storico è sempre un viaggio nel tempo, ma raramente capita di imbattersi in un’opera come "Dell’Amore e della Rivoluzione" di Eufemia Griffo, scritta così bene da tenere incollati alle pagine fino all'ultimo, senza stancarsi della lettura, senza sentirsi sopraffatti dagli eventi storici. L'autrice ci prende per mano e ci porta nel cuore pulsante e caotico della Rivoluzione Francese, regalandoci un’epopea dove i destini dei singoli si fondono inevitabilmente con la grande Storia.
Il più grande pregio dell'opera risiede nella sua straordinaria e accurata ricerca storica. Eufemia Griffo non si limita a fare da sfondo ai suoi personaggi: dipinge una Parigi settecentesca vivida, ricca di contrasti, odori e tensioni politiche.La ricostruzione degli eventi non risulta mai didascalica o noiosa. Al contrario, lo stile scorrevole e la prosa curata alleggeriscono il peso dei fatti storici, trasformando la cronaca dell'epoca in un quadro dinamico che prende forma spontaneamente nella mente di chi legge.
Al centro della narrazione troviamo una storia d'amore tormentata e potente, un legame viscerale costretto a muoversi tra ostacoli apparentemente insormontabili e decisioni laceranti. Ma l'amore, in queste pagine, non è solo romanticismo. È anche devozione cieca verso i propri ideali, coraggio civile e coerenza morale.I protagonisti, affiancati da una schiera di figure secondarie magistralmente caratterizzate, affrontano un’evoluzione psicologica profonda. La Griffo unisce finzione e realtà con tale naturalezza che, arrivati all'ultima pagina, separarsi da loro lascia addosso quella dolce malinconia tipica dei grandi libri.
Una lettura fluida e mai scontata che consiglio caldamente a tutti gli appassionati del genere e a chiunque voglia riscoprire il passato attraverso la lente dell'emozione pura.
Recensione a cura di Silvia




sabato 9 maggio 2026

[Recensione] Poesie di Trilussa

 

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, è stato uno dei poeti più originali e profondi della letteratura italiana. Nato a Roma, non ebbe grandi risultati scolastici, tuttavia mostrò grande interesse verso la scrittura locale dedicando tutta la sua vita alla poesia, ma in mondo completamente innovativo: ebbe, infatti, la bravura di fondere nei suoi versi satira, umorismo e temi di attualità in un filo conduttore che lo rese unico nel suo genere, la scrittura in romanesco. Trilussa è stato un geniale artigiano della parola, un intellettuale mondano, benché venisse spesso oscurato da altri scrittori più noti, come Gabriele D’Annunzio.

Dedicandosi a varie forme, soprattutto tra il sonetto e la canzone, Trilussa ci ha consegnato un affresco della società del suo tempo (a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento) in modo chiaro e riconoscibile.

Questi volumi raccolgono le sue poesie più belle, molte a scopo edonistico, altre anche per suscitare una riflessione dietro alla risata. Inoltre, una delle caratteristiche più sorprendenti di Trilussa è il fatto che le sue non sono semplici poesie, ma sono delle vere e proprie storie che vedono prendere vita svariati personaggi, che siano persone del popolo, nobili, politici perfino animali e piante e, ognuno di loro discute in un inconfondibile dialetto romanesco le problematiche del tempo con un’ironia scaltra e sottile e, a volte, con fare allusivo.

In questi libri le poesie di Trilussa sono divise in varie sezioni, in cui si parla d’amore, politica, personaggi storici, della corte reale, del Vaticano, di strane abitudini di cittadini altolocati (in una poesia Trilussa parodizza con il racconto su una seduta spiritica) in situazioni spesso paradossali, che si concludono con una battuta a effetto finale, detta fulmen in clausula.


Una di queste è, per esempio, Er leone riconoscente, che racconta di un’improbabile amicizia tra un soldato in Africa e un leone, che decide di premiare l’umano per avergli tolto un ago da una delle sue zampe:

Ner deserto dell' Africa, un Leone

che j' era entrato un ago drento ar piede,

chiamò un Tenente pe' l' operazzione.

- Bravo! - je disse doppo - Io t' aringrazzio:

vedrai che te sarò riconoscente

d' avemme libberato da 'sto strazio;

qual'è er pensiere tuo? d' esse promosso?

Embè, s' io posso te darò 'na mano... -

E in quela notte istessa

mantenne la promessa

più mejo d' un cristiano;

ritornò dar Tenente e disse: - Amico,

la promozzione è certa, e te lo dico

perchè me so magnato er Capitano

La battuta finale non può che strapparci una risata (e anche un po’ di tristezza per il povero Capitano…).

Spesso gli animali diventano per Trilussa un modo velato per rappresentare delle situazioni di politica. Per esempio, il leone diviene spesso un re che invita a un congresso tutti gli animali della giungla eccetto alcuni verso i quali non c’è molta simpatia (di solito è il maiale). Oppure vi è un’altra lirica in cui viene riprodotto un dialogo tra un’aquila e un uomo, in cui il volatile invita il suo interlocutore a riflettere su quanto gli uomini siano piccoli se visti dall’alto.

― L'ommini so' le bestie più ambizziose,

― disse l'Aquila all'Omo ― e tu lo sai;

ma vièttene per aria e poi vedrai

come s'impiccolischeno le cose.

 

Le ville, li palazzi, e li castelli

da lassù sai che so? So' giocarelli.

L'ommini stessi, o principi o scopini,

da lassù sai che so'? Tanti puntini!

 

Da quel'artezza nun distingui mica

er pezzo grosso che se dà importanza:

puro un Sovrano, visto in lontananza,

diventa ciuco come una formica.

 

Vedi quela gran folla aridunata

davanti a quer tribbuno che se sfiata?

È un comizzio, lo so, ma da lontano

so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.

Ognuno dei personaggi, con inconfondibile sarcasmo, tratteggia vari aspetti della società e dell’uomo, talvolta cercando di dare un insegnamento di tipo morale, fatto che avvicina Trilussa al genere della satira.

Credo a tutti gli effetti che Trilussa sia un poeta da riscoprire, da leggere e (perché no?) anche da inserire nei programmi di scuola.

Dietro l’uso sistematico della poesia in romanesco, si nascondeva un vero e proprio genio.

Recensione a cura di Serena.