Visualizzazione post con etichetta Curiosità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Curiosità. Mostra tutti i post

mercoledì 24 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 24: Silent Night

 

Eccoci giunti alla vigilia di natale, la notte più magica dell’anno. In questa occasione ho deciso di approfondire con voi uno dei canti più armoniosi e dolci di sempre.

Silent Night (in origine Stille Nacht), conosciuta in Italia come Astro del Ciel, ha origini antichissime. Secondo le fonti storiche fu infatti composta da un giovane sacerdote di Salisburgo, Josef Franz Mohr, e musicata da Franz Xaver Gruber, organista nella parrocchia di Oberndorf. La loro idea era quella di creare un canto che coniugasse un messaggio religioso (la nascita del bambinello Gesù) a una melodia semplice e che infondesse tranquillità. Fu eseguita per la prima volta proprio nella notte del 24 dicembre 1818.

Fu grazie all’organista Karl Mauracher e a un suo contatto con Gruber che il canto fece il giro dell’Europa: infatti lo eseguì in primis nel Tirolo, dove fu molto apprezzato e intonato dagli abitanti del luogo. Nel 1831 l’organista Franz Alscher, dopo aver sentito i figli di un commerciante tirolese cantarla, decise di farli esibire nella cappella cattolica di Pleissenburg: il loro successo fu così grande che abbandonarono il commercio per dedicarsi solo alla musica, diffondendo poi quel canto natalizio anche a Dresda, Berlino, Königsberg e altrove.

A portarla successivamente oltreoceano fu il gruppo musicale di Ludwig Reiner, che si esibì tra il 1839 e il 1842 a Philadelphia, New York e Boston.

lunedì 22 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 22: "White Christmas"



C’è una canzone di natale tanto amata quanto contrassegnata da una vena nostalgica, che infonde tranquillità con una melodia dolce ed evocativa, capace di dipingere nella mente l’immagine di un paesaggio innevato. Si tratta di White Christmas, meglio conosciuta in Italia, come Bianco Natale.

La canzone venne scritta nel 1940 da Irving Berlin, uno dei più grandi e stimati compositori americani di origini ebree. Berlin era nato in una famiglia ortodossa, tuttavia crebbe molto aperto anche in confronto ad altri culti religiosi: lo dimostra il fatto che avesse sposato una donna cattolica.

Pochi sanno però, che White Christmas nasconde anche un significato più triste e malinconico: Berlin infatti proprio il 25 dicembre 1928 aveva perduto il suo unico figlio, morto poco più di un mese dalla sua nascita. Da quel momento non festeggiò il Natale, talmente forte fu il dolore provato. Berlin  decise quindi di ricordare in questa canzone, promettendosi di vivere il Natale per come sarebbe venuto e di non soffrire più.

Bisognerà però attendere il 1941 per avere l’interpretazione più famosa da parte di Bing Crosby, pochi giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor. In pochissimo tempo White Christmas divenne subito una canzone simbolo per tutti i soldati americani che erano partiti per andare a combattere. Quella dolcissima melodia infatti rappresentava il loro bisogno fi famiglia, calore e casa, lo stesso bisogno in cui unì tutto il Paese.

Ancora oggi è una canzone che riscalda gli interni della casa al solo sentirla. E dalle sue origini, anche in grado di commuoverci.

domenica 21 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 21:Let it snow! Let it snow! Let it snow!

 

Penso che tutti avremo sentito questa canzone, che ormai da generazioni ci accompagna da generazioni e continua a coinvolgerci con una melodia soave e allegra al tempo stesso. Immaginate di ascoltare un cd di musica leggermente vintage in casa, mentre fuori il panorama si tinge di neve bianca. Lasciate pure che nevichi delicatamente.

Per questo motivo, oggi vi parlo di “Let it snow! Leti it snow! Leti t snow!”. Scritta da Sammy Cahn e da Jule Styne nel 1945, venne inizialmente eseguita da Vaughn Monroe. Raggiunse in poco tempo la prima posizione della Billboard Hot 100, dove rimase per circa cinque settimane.

La canzone si presenta come una tenera ballata che descrive una forte nevicata, ma invita al contempo a prestare attenzione anche al fuoco che arde nel camino dentro casa e a tutti quegli elementi che rendono l’ambiente di casa più confortevole. La canzone assume poi i toni di una canzone d’amore, in cui il cantante concede ancora una volta un ultimo bacio alla donna amata prima di lasciare casa.

Con il tempo moltissimi altri artisti hanno inciso altre versioni, tra cui Frank Sinatra, Michael Bublé e anche il Piccolo coro dell’Antoniano per i più piccoli.

lunedì 15 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento] Giorno 15: I tre re Magi nel racconto di Marco Polo

 




Marco Polo era un commerciante, nato nel 1254 a Venezia per poi partire, a soli diciassette anni, con il padre e lo zio alla volta dell’Estremo Oriente, per esattezza in Cina, dove diviene uomo di fiducia dell’imperatore Kublai Khan. Il libro è un vero e proprio viaggio che attraversa per intero il Continente Asiatico e si articola in descrizioni di luoghi e regni e racconti di leggende dell’antichità. Una di queste storie riguarda proprio i Re Magi (Capitoli XXXI-XXXII):

«In Persia è la città Sava, dalla quale partirono i Re Magi quando andarono ad adorare Gesù Cristo. […] Si chiamavano Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. A molti cittadini messer Marco domandò di quei Re Magi ma nessuno seppe rispondergli: dicevano che erano tre sepolti lì da molto tempo. Ma poi riuscì a sapere cose che vi dirò subito. A tre giorni di cammino da Sava egli trovò un borgo chiamato Cala Ataperistan che vuol dire castello degli adoratori di fuoco. Nome veritiero perché gli abitanti di questa terra adorano il fuoco. E spiegano così perché lo adorano. Raccontano quelli del luogo che tanto tempo fa tre re della loro regione andarono a visitare un profeta nato da poco; e portarono con loro tre offerte, oro, incenso, mirra, per poter riconoscere se quel profeta era Dio, re o sapiente. […] Lo adorarono e gli offrirono oro, incenso e mirra e il bambino prese tutte e tre le offerte; poi dette loro un bossolo chiuso. E i tre partirono per ritornare ai loro paesi.

«Quando ebbero cavalcato per diverse giornate dissero che volevano vedere il dono del bambino. Aprirono il bossolo e trovarono dentro una pietra. Si fecero gran meraviglia di questo dono e ragionarono a lungo su cosa potesse significare. Il bambino aveva dato loro la pietra intendendo dire che dovessero essere fermi come pietra nella loro fede che avevano intravisto. Infatti, quando i tre re avevano visto che il bambino aveva preso tutte e tre le loro offerte, avevano concluso che egli era Dio, re e sapiente; e il bambino, sapendo che nei re era nata la fede, aveva dato la pietra significando che restassero fermi e costanti in ciò che avevano creduto. Ma i tre re, non essendo riusciti a capire bene il significato di quel dono, presero la pietra e la gettarono in un pozzo; e appena ebbero gettato la pietra, scese dal cielo un fuoco ardente e calò dritto sul pozzo. A vedere il prodigio i tre rimasero addirittura stupefatti e si rammaricarono per aver gettato via la pietra; avevano capito che quello era un grande e mirabile segno. Così presero di quel fuoco e lo portarono al loro paese per custodirlo in una chiesa bella e ricca dove da allora arde perennemente, adorato come un Dio».

Il brano che ci viene riportato spiega chiaramente la simbologia dei doni che i Magi offrirono al bambinello e ne esplicita anche il significato. L’oro si collega analogicamente alla figura del re, l’incenso a quella di un Dio e la mirra a quella di un sapiente.

Inoltre Marco Polo scrive anche una parte poco conosciuta, probabilmente omessa dalle Sacre Scritture, che riguarda il dono che il fanciullo diede ai Magi per ricambiare: ovvero una pietra, in simbolo di fermezza nella fede che avevano appena conosciuto.

Ovviamente non bisogna confondere il racconto di Polo con quello Biblico, i quali differiscono sotto due punti di vista; infatti, Marco Polo racconta la vicenda sia da un punto di vista storico che geografico (vista la descrizione del territorio di provenienza dei re, inoltre è omessa la parte riguardante la stella cometa che viene invece nominata nella narrazione biblica), mentre la Bibbia racconta tutto da un punto di vista religioso, evidenziando il fenomeno della nascita di una nuova corrente religiosa dalla vista della fiamma ardente.

Tuttavia, anche nel brano de “Il Milione” non mancano riferimenti a carattere religioso, ad esempio il fuoco simboleggia la fede, esattamente come nella tradizione cristiana, e spiega perché i persiani, in antichità, adorassero il fuoco.

Personalmente penso anche che Marco Polo, avendo visitato quelle terre direttamente, avesse notizie più affidabili circa il territorio e le usanze caratteristiche di quel popolo.

domenica 14 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento] Giorno 14: Santa Claus is coming to town

 



You’d better watch out, you’d better not cry…Sono queste le prime parole della celebre canzone Santa Claus is coming to town, di cui oggi parleremo.

È una canzone nata negli Stati Uniti nel 1932, quando Haven Gillespie si trovava in un bar dove scrisse il testo della canzone sul retro di una busta. Il compositore, rivolgendosi forse a un bambino, gli dice di comportarsi bene perché Babbo Natale sta arrivando ed è in grado di capire chi si è comportato bene e chi male.

A comporre le melodie fu J. Fred Coots, grazie alla sua amicizia con Gillespie. I due tentarono a lungo di trovare un interprete, finché non si unì a loro Eddie Cantor.

La prima versione, tuttavia, fu registrata il 24 ottobre 1934 da George Hall and the Hotel Taft Orchestra e Sonny Schuyler. Anno dopo anno, divenne una canzone sempre più caratterizzante del natale, guadagnando sempre più versioni nel corso del tempo.



martedì 9 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 9: Carol of the bells

 





Ogni anno il natale viene arricchito e reso sempre più magico dai canti che ascoltiamo o ci ritroviamo a cantare. Uno di questi è “Carol of the bells”, che abbiamo sentito in molteplici versioni, ma che ha le sue origini in Ucraina. Originariamente era una canzone scritta per augurare un buon inverno.

Fu composta nel 1916 dall’ucraino Mykola Leontovich e fu inizialmente intitolata Shchedryk. In origine il brano parlava infatti di una rondine che si sarebbe recata da un uomo per predirgli che l’anno successivo avrebbe ottenuto moltissime ricchezze, tra bestiame, denaro e una bella moglie. Successivamente il direttore del coro Koshyts chiese a Leontovich di scrivere una melodia basata sulle canzoni popolari ucraine, il quale creò un’opera del tutto nuova. Koshyts nel 1919 formò poi il primo coro nazionale per promuovere la musica ucraina. Nel frattempo la musica di Leontovich divenne sempre più popolare, finché il coro non decise di introdurre il canto anche in altri stati all’estero, tra questi proprio gli USA, dove eseguì un concerto sold out il 5 ottobre 1921.

Quando il direttore d’orchestra americano Peter Wilhousky ascoltò la melodia di Leontovich decise di fargli apportare alcune modifiche nel testo e nella musica, pubblicando così una nuova versione nel 1936.

Le registrazioni americane della canzone in inglese iniziarono ad emergere negli anni '40 da gruppi importanti come Fred Warring e i suoi Pennsylvanians, il Roger Wagner Chorale e la «Hour of Charm All-Girl Orchestra» di Phil Spitalny.

Oggi esistono moltissime versioni di Carol of the bells, potremmo citare quella dei Pentatonix, gruppo polifonico a cappella americano, che ne ha riportato un arrangiamento tanto melodica quanto ritmata.  Vi è poi la spettacolare versione di Peter Hollens, in collaborazione con il One voice children choir e il BYU Men's Chorus. Il solo ascolto potrebbe proprio sembrare quello di una colonna sonora di un film. Non meno bella è anche la versione delle sorelle Cimorelli, un gruppo musicale tutto al femminile, formato da sei sorelle amanti della musica.

A cura di Serena.

lunedì 8 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 8: L'origine del Pandoro

 





Esattamente come il panettone, anche il pandoro è diventato un protagonista dei dolci natalizi. Quanto alle sue origini, ci sono molte notizie, spesso anche discordanti. Secondo alcune fonti, dovremmo farle risalire al Sedicesimo secolo nella Repubblica di Venezia, nella quale vi era una bizzarra usanza che prevedeva la decorazione con alcune foglie d’oro di pietanze tipiche. Qui sarebbe nato un dolce conico chiamato “pan de oro”.

Molti pensano invece che sia l’evoluzione di un dolce austriaco, il Pane di Vienna, per l’appunto.

La data storica che segna la nascita vera propria del pandoro è il 14 ottobre 1884, giorno in cui il pasticcere veronese Domenico Melegatti depositò il primo brevetto per un pane dolce lievitato, a forma di stella a otto punte, ispirato a sua volta da un altro dolce, il Levà. Quest’ultimo sarebbe un pane condito con canditi e dalla copertura di mandorle e zucchero.

Il primo pandoro si rivelò subito un successo, che spinse Melegatti a far creare un forno e stampi appositi.

Ed è da questa storia di dedizione e pazienza che è nato uno die dolci di natale più celebri.

domenica 7 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 7: L'origine del Panettone

 

Oggi il nostro Calendario dell’Avvento profumerà di dolce: il protagonista della nostra casella sarà infatti il panettone.

Il panettone è divenuto ormai da anni un dolce perfetto a natale, da consumare sia dopo il cenone che dopo il pranzo o semplicemente a merenda. La sua è una storia che affonda le radici già nel Quattrocento, quando le corporazioni milanesi erano solite riunirsi per il rito del ciocco: un usanza che prevedeva la condivisione di un forno a legna dove cuocere il pane di frumento da condividere tra commensali. Quel pane, però, era arricchito di altri ingredienti quali burro, zucchero e uova che veniva chiamato “Pan de Sciori”, l’antesignano del nostro panettone.

La storia del panettone si intreccia però anche alla leggenda: si narra infatti che un garzone chiamato Toni avrebbe sostituito un dolce bruciato di Ludovico il Moro con un altro fatto di un soffice impasto di lievito, burro e uvetta. Il risultato fu un successo straordinario, tanto che da quel giorno si cominciò a parlare del “Pan del Toni”: il “panettone”.

Il primo cuoco a mettere per iscritto una ricetta per il panettone sarà nel 1549 il ferrarese Cristoforo di Messisbugo, il quale elencherà tra i suoi ingredienti principali farina, burro, zucchero, uova, latte e persino acqua di rose. Bisognerà tuttavia attendere il 1599 per vedere l’aggiunta di canditi e uvetta all’impasto.

Tra Settecento e Ottocento il panettone attraversò un periodo di evoluzione che portò all’introduzione del lievito madre. Con l’avvento del Novecento e della produzione industriale, infine, il panettone divenne un simbolo delle festività natalizie e un prodotto sempre più frequente da trovare sulle tavole italiane.


venerdì 5 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 5: La storia del pupazzo di neve

 




Esattamente come tutte le tradizioni di cui ci siamo occupati negli appuntamenti del nostro calendario dell’Avvento, anche l’argomento di cui parleremo oggi, ovvero il pupazzo di neve, ha origini antichissime.

Purtroppo, però, non ci sono fonti che attestino il momento preciso in cui si è affermata tale usanza. A documentare per la prima volta l’esistenza di un vero e proprio pupazzo di neve è un libro di Bob Eckstein, intitolato appunto “La storia del pupazzo di neve”. L’autore nel libro argomenta la presenza di queste figure antropomorfe già nelle civiltà orientali, soprattutto din Cina.

In Cina era infatti molto comune costruire delle vere e proprie statue di neve per motivi religiosi, quasi fossero degli idoli da venerare. In Europa, invece, il pupazzo di neve arrivò nel Medioevo e la prima documentazione risale al 1380, contenuta nel Libro delle Ore rinvenuto nei Paesi Bassi.

La prima fotografia conosciuta di un pupazzo di neve è stata scattata da Mary Dillwyn, intorno al 1853, la prima fotografa donna del Galles.

Ovviamente anche il pupazzo di neve diventerà protagonista di libri dedicati al Natale, soprattutto per bambini, come Il pupazzo di neve di Raymond Briggs, del 1978.







mercoledì 3 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 3: L'origine di Babbo Natale


Ammettiamolo: tutti da piccoli, almeno una volta, abbiamo tentato di spedire una lettera a Babbo Natale elencando una serie infinita di regali che avremmo voluto trovare sotto l’albero. E sono sicura che qualcuno gli avrà anche lasciato una tazza di latte e dei biscottini con le gocce di cioccolato.

Il protagonista di questa casella dell’avvento sarà proprio lui, Babbo Natale. Tutti lo abbiamo conosciuto con questo nome, benché sembra che la sua origine debba rintracciarsi in San Nicola, vescovo di Licia, in Turchia. Rimasto orfano a diciannove anni, distribuì tutti i suoi averi ai poveri. Alla sua morte, le sue reliquie furono trasportate a Bari, di cui venne Santo Patrono.

Nel corso del tempo, San Nicola ha cambiato nome, ma come siamo arrivati da San Nicola a Santa Claus? Ad avergli attribuito questo nome furono gli olandesi, che lo chiamarono Sinterklaas. Derivò quindi il suo nome anglosassone Santa Claus. Fu tuttavia negli USA che a gente iniziò ad attribuirgli la slitta e delle renne.

Inoltre, furono sempre gli americani a diffondere la credenza che il loro Santa Claus venisse dal Polo Nord. In Europa, si crede invece che il nostro Babbo Natale viva in Lapponia nel villaggio di Rovaniemi. E voi inviereste una mettere nel piccolo centro finlandese? 

martedì 2 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 2: L'origine del presepe e la poesia di Trilussa

 






Ve ringrazio de core, brava gente,

pé ‘sti presepi che me preparate,

ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,

si de st’amore non capite gnente…

 

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,

da secoli lo spargo dalla croce,

ma la parola mia pare ‘na voce

sperduta ner deserto, senza ascolto.

 

La gente fa er presepe e nun me sente;

cerca sempre de fallo più sfarzoso,

però cià er core freddo e indifferente

e nun capisce che senza l’amore

è cianfrusaja che nun cià valore.

Mi piacerebbe aprire il secondo giorno con questa poesia di Trilussa, che preannuncia già l’argomento del nostro approfondimento quotidiano: il presepe.

A narrare questa breve composizione è proprio Gesù in persona il quale, a distanza di secoli, essendo morto per amore e per salvare gli uomini dal peccato, continua a chiedersi per quale motivo i presepi siano sempre più belli e sfarzosi se poi la gente finisce per odiarsi. Nella poesia, descrive l’usanza di creare presepi sempre più scenografici e spettacolari, come fosse una gara a chi fa il più bello. Sembra quasi che più il presepe sia sfarzoso, più i cuori delle persone siano pieni di freddezza. Nessuno volge la propria attenzione al significato del presepe: un messaggio d'amore, familiarità e condivisione.

Tornando all’approfondimento di questo giorno, le origini del presepe sono antichissime, già nell’epoca paleo-cristiana, in cui i credenti solevano dipingere la nascita del bambinello nelle catacombe. La parola presepe deriva dal latino "praesaepe" che significa "mangiatoia", letteralmente il "recinto chiuso", dove venivano custodite capre e pecore.  Il primo a creare una rappresentazione vivente del presepe some oggi lo intendiamo fu proprio San Francesco d’Assisi nel 1223. Tra i simboli essenziali vi erano già il bue e l’asino (che rappresentavano il mondo ebreo e quello pagano) e successivamente si aggiunsero i re Magi a portare i doni per il bambinello (questo aspetto lo approfondiremo in un’altra casella del nostro calendario). Tra il 1600 e il 1700 cominciano ad aggiungersi delle varianti sul tema, grazie ad alcuni artisti napoletani che inseriscono nella rappresentazione della Natività personaggi e scene di vita quotidiana. Oggi il presepe è un pezzo d’arredo di tutte le case a Natale e non solo: è possibile, ogni tanto vedere dei presepi viventi sparsi per l’Italia. Molto noti sono, per esempio quello di Custonaci presso la Grotta Mangiapane, quello di Greccio, quello dei Sassi di Matera e Dogliani.

lunedì 1 dicembre 2025

[Calendario dell'Avvento 2025] Giorno 1: l'origine dell'albero di Natale e il racconto di Andrea Camilleri

 




Ormai lo sappiamo tutti: non è Natale senza un albero addobbato in casa. Ogni volta che lo decoro l’atmosfera in casa diventa più calda e accogliente. La domanda, a questo punto, è: come nasce l’abitudine di decorare l’albero?

L’origine di tale usanza è da rintracciare nel mondo latino: i Romani infatti erano soliti regalarsi vicendevolmente un rametto di un albero sempreverde come simbolo di buon augurio. I Celti, inoltre, associavano l’abete a un’immagine di vita e rigogliosità.

Benché il primo albero fosse stato eretto nella piazza del municipio a Tallinn, bisognerà tuttavia attendere il 1611 per vedere un albero di Natale come lo conosciamo noi. In Germania, la Duchessa di Brieg decise di abbellire un angolo del suo castello con un grande abete, che fece trapiantare in un vaso da mettere nel suo castello.

Mi piacerebbe, inoltre, proporvi la lettura di un passo di “Il giorno che i morti persero la strada di casa” del Maestro Andrea Camilleri, che parla del modo in cui l’albero di Natale entrò nella cultura italiana e siciliana. Lo scrittore, in particolare, si concentra nella descrizione di come l'albero divenne sempre di più una delle tradizioni centrali per le festività natalizie.

«Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza.

A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine.

Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire»

A cura di Serena.



domenica 24 dicembre 2023

Racconti della tradizione natalizia: Marco Polo e i Re Magi

 

Buon pomeriggio a tutti! L’attesa è quasi finita e domani sarà finalmente il giorno di Natale. Per questa occasione, quindi, voglio condividere con voi un racconto tratto dalla mia attuale lettura: “Il Milione” di Marco Polo.

Come già sappiamo, Marco Polo nasce nel 1254 a Venezia per poi partire, a soli diciassette anni, con il padre e lo zio alla volta dell’Estremo Oriente, per esattezza in Cina, dove diviene uomo di fiducia dell’imperatore. Il libro è un vero e proprio viaggio che attraversa per intero il Continente Asiatico e si articola in descrizioni di luoghi e regni e racconti di leggende dell’antichità. Una di queste storie riguarda proprio i Re Magi (Capitoli XXXI-XXXII):

«In Persia è la città Sava, dalla quale partirono i Re Magi quando andarono ad adorare Gesù Cristo. […] Si chiamavano Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. A molti cittadini messer Marco domandò di quei Re Magi ma nessuno seppe rispondergli: dicevano che erano tre sepolti lì da molto tempo. Ma poi riuscì a sapere cose che vi dirò subito. A tre giorni di cammino da Sava egli trovò un borgo chiamato Cala Ataperistan che vuol dire castello degli adoratori di fuoco. Nome veritiero perché gli abitanti di questa terra adorano il fuoco. E spiegano così perché lo adorano. Raccontano quelli del luogo che tanto tempo fa tre re della loro regione andarono a visitare un profeta nato da poco; e portarono con loro tre offerte, oro, incenso, mirra, per poter riconoscere se quel profeta era Dio, re o sapiente. […] Lo adorarono e gli offrirono oro, incenso e mirra e il bambino prese tutte e tre le offerte; poi dette loro un bossolo chiuso. E i tre partirono per ritornare ai loro paesi.

«Quando ebbero cavalcato per diverse giornate dissero che volevano vedere il dono del bambino. Aprirono il bossolo e trovarono dentro una pietra. Si fecero gran meraviglia di questo dono e ragionarono a lungo su cosa potesse significare. Il bambino aveva dato loro la pietra intendendo dire che dovessero essere fermi come pietra nella loro fede che avevano intravisto. Infatti, quando i tre re avevano visto che il bambino aveva preso tutte e tre le loro offerte, avevano concluso che egli era Dio, re e sapiente; e il bambino, sapendo che nei re era nata la fede, aveva dato la pietra significando che restassero fermi e costanti in ciò che avevano creduto. Ma i tre re, non essendo riusciti a capire bene il significato di quel dono, presero la pietra e la gettarono in un pozzo; e appena ebbero gettato la pietra, scese dal cielo un fuoco ardente e calò dritto sul pozzo. A vedere il prodigio i tre rimasero addirittura stupefatti e si rammaricarono per aver gettato via la pietra; avevano capito che quello era un grande e mirabile segno. Così presero di quel fuoco e lo portarono al loro paese per custodirlo in una chiesa bella e ricca dove da allora arde perennemente, adorato come un Dio».

(Adorazione dei Re Magi, 1519, Matteo Cardisco)

Il brano che ci viene riportato spiega chiaramente la simbologia dei doni che i Magi offrirono al bambinello e ne esplicita anche il significato. L’oro si collega analogicamente alla figura del re, l’incenso a quella di un Dio e la mirra a quella di un sapiente.

Inoltre Marco Polo scrive anche una parte poco conosciuta, probabilmente omessa dalle Sacre Scritture, che riguarda il dono che il fanciullo diede ai Magi per ricambiare: ovvero una pietra, in simbolo di fermezza nella fede che avevano appena conosciuto.

Ovviamente non bisogna confondere il racconto di Polo con quello Biblico, i quali differiscono sotto due punti di vista; infatti, Marco Polo racconta la vicenda sia da un punto di vista storico che geografico (vista la descrizione del territorio di provenienza dei re, inoltre è omessa la parte riguardante la stella cometa che viene invece nominata nella narrazione biblica), mentre la Bibbia racconta tutto da un punto di vista religioso, evidenziando il fenomeno della nascita di una nuova corrente religiosa dalla vista della fiamma ardente.

Tuttavia, anche nel brano de “Il Milione” non mancano riferimenti a carattere religioso, ad esempio il fuoco simboleggia la fede, esattamente come nella tradizione cristiana, e spiega perché i persiani, in antichità, adorassero il fuoco.

Personalmente penso anche che Marco Polo, avendo visitato quelle terre direttamente, avesse notizie più affidabili circa il territorio e le usanze caratteristiche di quel popolo.

mercoledì 4 gennaio 2023

John Ronald Reuel Tolkien: Benvenuti nel Regno del Fantasy



 “Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato.”

131 anni fa nasceva J. R. R. Tolkien 

Vita

John Ronald Reuel Tolkien (conosciuto semplicemente come Tolkien) è stato uno scrittore britannico e insegnante di letteratura anglosassone alla Facoltà di Oxford. Nacque nel 1892 a Bloemfontein, figlio dei coloni inglesi Arthur Tolkien e Mabel Suffield in Sudafrica, ma solo dopo tre anni tornò in Inghilterra, precisamente a Birmingham, con la madre e il fratello (nato nel 1894). Nel frattempo Tolkien perse il padre solo nel 1896, il quale era rimasto in Africa. Tuttavia le campagne britanniche daranno a Tolkien l’ispirazione giusta per creare la Contea degli Hobbit.

Purtroppo nel 1904 Tolkien perse anche la madre e fu cresciuto da Padre Francis Morgan, sempre a Birmingham dove il giovane continuerà gli studi imparando a padroneggiare numerose lingue, che lo porteranno poi ad inventarne una nuova, che perfezionerà con la scrittura dei suoi romanzi. Nel 1908 si innamorò di Edith Bratt, alla quale poté scrivere solo dopo i vent’anni per l’opposizione di Padre Francis. Nel 1911 ottenne una borsa di studio a Oxford, dove si ritrovò ad insegnare successivamente Letteratura Anglosassone. Qui, con alcuni amici, fondò il TCBS (acronimo di Tea Club and Barrovian Society), dove compì i primi tentativi di scrittura.

Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale si arruolò nel 1915 e solamente l’anno successivo riuscì a sposare Edith, dalla quale ebbe inizialmente due figli: John Francis Reuel e Michael.

Nel 1919 Tolkien ebbe il congedo dall’esercito, che gli consentì di completare gli studi all’università. Nel 1921 ottenne la cattedra di lettura a Leeds. Nel 1924 ebbe un altro figlio, Christopher, mentre l’anno dopo ottenne la cattedra come docente di Letteratura a Oxford. Durante questi anni Tolkien si dedicò intensamente alla produzione letteraria. Morì nel 1973.

Produzione Letteraria

Chi l’avrebbe mai detto che un professore così serio potesse diventare un autore di un genere così lontano alla realtà? Perché tutti conosciamo Tolkien come il Padre, il Re indiscusso del genere fantasy, colui che ha posto i pilastri per erigere un Regno che va al di là di del reale e che ha dato l’ispirazione giusta agli scrittori che lo hanno succeduto.

La produzione scritta di Tolkien comincia nel 1937, grazie a Lo Hobbit, che diede inizio alla celeberrima trilogia de Il Signore degli Anelli (1944-1955) della quale fanno parte La compagnia dell’anello, Le due torri e Il ritorno del re. Queste sono le opere di maggiore rilevanza. Durante gli ultimi anni della sua vita, Tolkien iniziò a scrive Il Silmarillion, che però non riuscì a terminare a causa della sua morte. Il Silmarillion fu pubblicato postumo dal figlio Cristopher.

Allora qual era la formula magica che consentì a Tolkien di ottenere così tanta fortuna con i suoi libri? Da professore precisino qual era, dopo aver trovato la giusta collocazione dei suoi racconti, ne curava ogni dettaglio, le distanza tra diversi regni e la durata di ogni viaggio, caratterizzava il più possibile ogni personaggio in modo da renderlo più affascinante possibile e infine caratterizzava ogni avvenimento, a tal punto che la magia potesse raggiungere il lettore.

mercoledì 19 ottobre 2022

[Recensione] "Dante", il nuovo film di Pupi Avati

 


Dante, il nostro Sommo Poeta, che tramite i versi della Divina Commedia ha reso la nostra letteratura celebre in tutto il mondo, è qui raccontato da Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto), esattamente colui che definì la sua Opera Divina.

In questo film, ambientato nell’anno 1350 e quindi dopo trent’anni dalla  morte di Dante, vedremo tra i protagonisti principali proprio Boccaccio che, per scontare la pena d’esilio subita da Dante durante la Guerra tra Guelfi Bianchi e Neri, dovrà portare una somma di dieci fiorini d’oro a Ravenna da Suor Beatrice, unica figlia di Dante rimasta in vita. Inizia così per Giovanni un viaggio di sei giorni e sette notti durante il quale, scortato da Donato degli Albanzani (Enrico Lo Verso), comincia a ricordare la vita di Dante (Alessandro Sperduti, durante la giovane età) sin dall’infanzia fino alla sua morte. Durante questo viaggio retrospettivo nella vita del poeta, viene data molta importanza all’incontro con la bellissima Beatrice (Carlotta Gamba) e al suo saluto, che rimarranno tra i ricordi più lieti e importanti della vita di Dante. Beatrice, infatti sarà fonte d’ispirazione per la maggior parte della sua carriera letteraria.

Dante, però, non viene presentato solo come poeta, ma anche come un uomo dotato di sentimenti, carattere e strategia politica. Vengono raccontate le sue emozioni verso Beatrice, il suo dolore per la morte dell’amata e il matrimonio forzato con Gemma Donati, dalla quale riuscirà ad avere dei figli. Si parla anche delle sue posizioni contro i Guelfi Neri, dell’elezione alla carica di Priore e dell’incontro con il Papa Bonifacio VIII, che gli costerà l’esilio a vita.

Ho sentito dire che in molti hanno creduto questo film un po’ romanzato ma, al contrario, io l’ho trovato molto realistico soprattutto durante la guerra tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri; a me, personalmente, è piaciuto davvero molto. Essendo un’appassionata di Dante e della sua produzione letteraria, ho apprezzato questa sua visione non solo come poeta ma anche come uomo, perché ho avuto una conoscenza più completa della sua persona che avrei voluto avere già da più tempo.

Gli attori del cast e la regia sono una garanzia; già appena ho visto i loro nomi proiettati sul grande schermo ho capito che avrei visto un film memorabile. Gli attori, infatti, hanno fatto sì che potessi vivere appieno alcune scene e che potessi immedesimarmi nelle loro azioni. Ho conosciuto un lato inedito di Dante, interpretato da Alessandro Sperduti con una delicatezza unica e sola, e ho visto anche un Giovanni Boccaccio differente: Sergio Castellitto è riuscito a dargli una figura da amante dei versi di Dante, con la sua incredibile capacità di immedesimarsi nei personaggi rappresentati.

Ci sono state solo poche scene che avrei omesso, perché un po’ confuse o dal contenuto troppo forte per soggetti sensibili, ma a compensare il tutto c’è un finale molto commovente, che scoprirà una pagina inedita del Sommo Poeta.

⭐⭐⭐⭐.5

 

venerdì 17 giugno 2022

Cinque curiosità da sapere sui poemi epici e sul mito greco

Sono molte, ai giorni nostri, le testimonianze che ci hanno permesso di ricostruire il mondo eterno degli antichi greci, la loro arte e la loro architettura, la loro religione, le loro tradizioni, il loro tratto culturale e la loro linea di pensiero. Tra le molte risorse che si sono miracolosamente conservate fino ad oggi, sono state poet riportate alla luce le parole dei grandi e storici, che ci hanno permesso di tornare indietro di molti anni e scoprire usanze differenziate a seconda delle regioni della Grecia e delle colonie fondate , e allo stesso tempo sono stati resi noti i nomi di eroi, le quali personalità oscillano tra mitologia e realtà e che hanno ispirato molti autori contemporanei nello scrivere innumerevoli storie e romanzi per conservarne la memoria.È il caso di Madeline Miller, balzata al successo grazie a La canzone di Achille e Circe , oppure di Natalie Haynes con la pubblicazione di Il canto di Calliope , e anche di Hannah Lynn con Il segreto di Medusa e La vendetta degli Dei . Solo per citarne alcuni. Ma a quali fonti hanno fatto ricorso per scrivere dei libri così storicamente accurati? Cosa mantiene il legame con la Grecia antica? Proprio per rispondere a questi quesiti oggi vedremo ben cinque curiosità sull'epica e sul mito.

L'arte di cantare


La parola mito deriva dal greco Mýtos, che significa “discorso”. Allo stesso modo, anche la parola epica deriva da Épos, che significa “parola”. Prima dell'VIII secolo aC infatti l'epica non fu mai tramandata per iscritto, anzi le gesta degli eroi ed i racconti tradizionali venivano cantati, ovvero recitati in pubblico da una persona di grande cultura e autorità, ovvero l'aedo (dal verbo greco aédein=cantare). L'aedo doveva però avere una certa memoria nel sapere utilizzare tutti gli epiteti e togliere le parti (proprio per questo poteva essere chiamato anche rapsodo). L'aedo inoltre invoca la protezione di una musa prima di iniziare a cantare.I poemi possono essere recitati in pubblico oppure alle feste più ricchi, ma non possono essere privati ​​​​​​né ricchi donne, né bambini.

La stratificazione culturale


I poemi epici non si sono mantenuti invariati per secoli e secoli, anzi ci sono stati addirittura dei cambiamenti all'interno delle storie. Ad esempio l'Iliade viene inquadrata nel periodo di dominazione micenea (1600 – 1100 aC circa), ma le innovazioni tecnologiche che vi vengono narrate si collegano al periodo successivo, ovvero ai dori. Questo processo si chiama stratificazione culturale, ed è dovuto al fatto che l'epica si è tramandata da generazione in generazione, e quindi anche tra gli aedi fino ad arrivare a cambiare alcuni dettagli all'interno dei poemi.

 

La metrica e l'esametro


 L'aedo doveva recitare la poesia epica non come veniva letta o scritta, non rispettando gli accenti del linguaggio parlato, ma in metrica. Ciò significa che il canto assume un suo ritmo lento, pausato e solenne. Ciascun verso si misura in esametri (ex=sei; métron=misura), ciò significa che in ogni verso ci sono sei unità metriche chiamate piedi e ad ogni tre piedi si conta una pausa.

 

La civiltà della vergogna

 

La società greca è molto collettiva, qiondi le azioni di un suo membro si ripercuotono su tutti, difatti il ​​​​peccato più grave che si possa commettere è la superbia (nell'Iliade è rappresentato da Agamennone) ei tre pilastri che reggono la società sono la gloria (Cléos), l'onore (timé) e la vergogna (aidòs) che ricopre anche il significato di pudore. Avere vergogna o pudore, pertanto, vuol dire sapere rispettare il proprio posto in società.

 

La bellezza esteriore è lo specchio della bellezza interiore


La bellezza esteriore riflette quella interiore: Secondo i poemi epici, gli eroi più belli sono anche i più buoni; è il caso di Achille che è il guerriero bello e buono per eccellenza. I greci la definivano Kalokagathìa, bellezza e bontà, derivata dalla catacresi/unione di kalòs (bello) e agathòs (buono). Al contrario la bruttezza esteriore riflette quella interiore, proprio come nel caso di Tersite.