Ormai lo sappiamo tutti: non è Natale senza un albero
addobbato in casa. Ogni volta che lo decoro l’atmosfera in casa diventa più
calda e accogliente. La domanda, a questo punto, è: come nasce l’abitudine di
decorare l’albero?
L’origine di tale usanza è da rintracciare nel mondo latino:
i Romani infatti erano soliti regalarsi vicendevolmente un rametto di un albero
sempreverde come simbolo di buon augurio. I Celti, inoltre, associavano l’abete
a un’immagine di vita e rigogliosità.
Benché il primo albero fosse stato eretto nella piazza del
municipio a Tallinn, bisognerà tuttavia attendere il 1611 per vedere un albero
di Natale come lo conosciamo noi. In Germania, la Duchessa di Brieg decise di
abbellire un angolo del suo castello con un grande abete, che fece trapiantare
in un vaso da mettere nel suo castello.
Mi piacerebbe, inoltre, proporvi la lettura di un passo di “Il
giorno che i morti persero la strada di casa” del Maestro Andrea Camilleri,
che parla del modo in cui l’albero di Natale entrò nella cultura italiana e
siciliana. Lo scrittore, in particolare, si concentra nella descrizione di come l'albero divenne sempre di più una delle tradizioni centrali per le festività natalizie.
«Fino al
1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa
siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non
fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non
quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte
in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il
vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi
vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un
cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in
famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali
che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo
vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci
facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci
svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di
giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove
l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo
casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un
armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano
trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che
formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato
nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità
mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane
modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele,
“mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù,
carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un
bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo
di danza.
A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in
ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i
morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per
incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i
morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età
precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba
di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno
sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti
ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa
consuetudine.
Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero
di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li
portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i
figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare
con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella
di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno
spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo
attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri:
Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla
libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire»
A cura di Serena.


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