“-E una volta che hai visto, ma che hai visto davvero, non
puoi più fare finta di niente. Non puoi più credere a quello che ti dicono.
Fare quello che ti dicono di fare- E a quel punto ci guardò, uno per uno, negli
occhi.- E dovete sbrigarvi, dovete aprirli quegli occhi, perché è un attimo che
si finisce a vivere una vita che non è la vostra, ad andare solo dove vi dicono
di andare, dritti dentro il fosso di una calma rassicurante, di un lavoro
tranquillo, la casetta la macchina lo stipendio fisso, non rassegnatevi a stare
chiusi in gabbia, che dentro di voi c’è una vita che vi chiede di uscire. Non
lasciatela lì solo perché non avete voluto aprire gli occhi e vederla!”
Ognuno di noi ha una crepa dentro, qualcosa che considera un
difetto, perché probabilmente non è bello da vedere. In quella crepa, però, può
passare anche la luce e, se viene decorata in qualche modo, può diventare
qualcosa di meraviglioso.
Questo è quello che ho pensato quando ho terminato la lettura
del nuovo, struggente romanzo di Enrico Galiano, che si intitola “Il cuore non
va a dormire”.
Il libro inizia con una premessa: affinché l’occhio umano
recepisca chiaramente un’immagine ci vogliono ben tredici millisecondi. In
questo brevissimo intervallo di tempo, che equivale al battito d’ali di un
colibrì e al tempo in cui la luce riflessa arriva alla retina, si ha solo una
percezione iniziale di quell’immagine, perché poi cambia tutto. Dopo molto
tempo, infatti, non vi si guarda più come la prima volta.
È quello che accade alle protagoniste di questo libro. Da una
parte abbiamo Sasha, sedici anni, amante della musica di Ennio Morricone, appassionata
di pugilato e arte e affiancata solo dai suoi due amici Elly e Claude.
Frequenta un Istituto tecnico e, in un normalissimo giorno di scuola, riceve la
supplenza del professore di diritto Fabio Orlando, che spesso si diverte a
parlare dei capolavori dell’arte con i suoi studenti. La particolarità delle
sue lezioni, però, sta nel fatto che non si limita a descrivere i quadri
oggetto delle lezioni, ma indaga con grande attenzione anche la storia dietro
ognuno, parlando degli artisti e dei loro sentimenti. Sasha capisce di provare
qualcosa per lui, ma sa anche che il suo è un desiderio irrealizzabile.
Dall’altra parte c’è Alessandra, quarantadue anni, che
insieme al suo amico Lucio gestisce un’impresa per il recupero e restauro di
opere d’arte. È sposata con Giorgio e ha una figlia a cui vuoi molto bene.
Nella sua vita, però, c’è qualcosa che manca e lo capisce quando un giorno
viene rinvenuto sul muro di una chiesa uno strano murales che raffigura la
Creazione dell’uomo di Michelangelo, ma senza la mano di Dio e con una crepa al
centro. Alessandra capisce subito chi è l’autore del quadro: si tratta di
Moresco, un artista di strada la cui identità è sconosciuta e a proposito del
quale ha scritto un saggio. Da quel giorno, Alessandra comincia a impegnarsi
per colmare quel vuoto e, per farlo, si mette alla ricerca dell’uomo amato, ma
a cui è stata costretta a rinunciare.
Vorrei sottolineare, infatti, che in una prima parte la
narrazione prosegue a POV alternati, per poi diventare uno solo. A unire,
infatti, le protagoniste è un nome, ed è proprio quello del misterioso Moresco.
Insieme a “Una vita non basta”, questo è il mio romanzo
preferito di Galiano, che dà ulteriore prova della sua incredibile capacità nel
parlare ai cuori dei lettori. Sembra quasi che sappia cosa dire a ognuno, ma le
sue non sono solo parole di conforto: sono una lezione di vita, da portare
sempre con sé e ripetersi nei momenti di debolezza.
Perché è soprattutto di questo che si parla nel libro, delle
proprie debolezze, che vengono paragonate a crepe. Spesso ci capita di pensare
alle nostre debolezze come dei difetti da nascondere. Al contrario, il libro
tramite le due protagoniste, ci invita a vederle diversamente. È frequente,
infatti, l’affermazione secondo cui dentro ogni crepa passa sempre un raggio di
luce, vale a dire che ognuno di noi può fare delle crepe qualcosa di bello. È
anche la lezione di Moresco, che ha fatto delle crepe sui muri il suo tratto
distintivo, attorno alle quali crea dipinti bellissimi e riconoscibili.
E se ci accorgiamo che una crepa può diventare un capolavoro
d’arte è perché c’è ancora una fiammella che illumina la nostra speranza, che
ci invita a credere in noi stessi e nei desideri che, per qualche motivo,
credevamo ormai lontani o non realizzabili. Se ci accorgiamo che questi
desideri possono rivivere è perché c’è una parte di noi che ancora ci crede ed
è perché il cuore non va a dormire.
Recensione a cura di Serena


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